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Siria, divampa la protesta anti-Assad, decine di morti

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  • Tags: Azraa, Bashar Al Assad, Damasco, Duma, Homs, rivolte islam, siria, stato-di-emergenza, world news
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(AP Photo/Petros Karadjias)

(AP Photo/Petros Karadjias)

Anna MazzoneNuovi scontri per le strade delle principali città siriane. Ancora una volta le forze di sicurezza hanno sparato sulla folla dei manifestanti. Si parla di diverse vittime, anche se non c’è ancora un numero ufficiale.

Tra i 5 e i 10 morti, secondo la Bbc, più di 40 per Al Jazeera. L’unica cosa certa è che anche questo in Siria è un venerdì di sangue. Manifestazioni contro il regime del presidente Bashar al Assad sono scoppiate in tutto il Paese, come sempre non appena terminate le preghiere di mezzogiorno. Secondo alcuni testimoni dell’emittente araba, che vogliono mantenere l’anonimato, la polizia ha prima cercato di disperdere i manifestanti con i gas lacrimogeni e poi ha cominciato a sparare.

Il bollettino dei morti arriva dalla città centrale di Homs, da Duma (alla periferia di Damasco) e dalla città meridionale di Azraa. La promessa di riforme da parte di Assad e l’aver abrogato lo stato di emergenza, in vigore in Siria dal 1963, non ha convinto la gente, che non ha mai smesso di scendere in piazza. Secondo le notizie che filtrano, la protesta sarebbe alimentata soprattutto dai giovani, e una delle vittime avrebbe solo 25 anni.

(Credits: Ansa/Skytg24)

(Credits: Ansa/Skytg24)

—

Anna Mazzone è giornalista, vive a Roma ma sogna di trasferirsi a Istanbul. E’ direttore della rivista Formiche e collabora con il quotidiano Il Riformista, per il quale scrive di Giappone, Turchia e Caucaso.

  • anna.mazzone
  • Venerdì 22 Aprile 2011

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Commenti

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Il 24 Aprile 2011 alle 18:03 yahuwah ha scritto:

La monarchìa dell’Arabia Saudita, che forse credeva di poter regnare in eterno a forza di dittatura, soldi e corruzione e grazie al sostegno americano, oggi si trova sotto pressione su tre fronti.
Il primo fronte è quello interno; l’aumento denunciato persino da HRW dei prigionieri politici, molti dei quali hanno l’unica colpa di aver chiesto riforme nella monarchia, e la politica estera inqualificabile degli ultimi anni di Riyadh, contro la Palestina e a favore di Israele, e in fin troppo chiara sintonia con gli Usa, ha suscitato lo scontento diffuso tra i sudditi dei Saud. Nelle ultime settimane, Qatif, porto ad est del paese, bagnato dal Golfo Persico, e dove vive una consistente minoranza sciita, è diventata il centro dei moti rivoluzionari. L’Arabia Saudita, infatti, ha anche il merito di aver condotto per lunghi anni repressioni in stile medievale contro le minoranze, compresa quella sciita. Moschee e luoghi di culto chiusi, religiosi arrestati ed assassinati, torture nelle carceri. A Qatif, una delle motivazioni principali della protesta, tra l’altro, è proprio l’intervento militare saudita in Bahrain.
Proprio il Bahrain è il secondo fronte dove l’Arabia Saudita intravede la sua fine. Riyadh ha inviato il suo esercito per soffocare nel sangue la rivolta della popolazione del Bahrain, anche quì di maggioranza sciita.
Nel Bahrain la censura e la repressione feroce hanno permesso che solo parte dei crimini compiuti ai danni della gente vengano conosciuti dall’opinione pubblica. Una opinione pubblica che però, soprattutto in Occidente, ignora e deve ignorare perchè sia la monarchia del Bahrain che quella saudita sono alleati degli Usa.
L’altro posto dove l’arroganza saudita è in difficoltà è lo Yemen. Ogni volta che lo Yemen, sotto la dittatura di Ali Abdullah Saleh, ha avuto dei problemi, i sauditi hanno inviato soldi, armi e truppe per mettere a tacere la gente. Questa volta però la questione è diversa e tutta la popolazione del paese vuole la fine della dittatura. Anche quì l’Arabia Saudita sa benissimo che in uno Yemen con il 45% di popolazione sciita, un governo democratico sarebbe un male per i suoi interessi e la sua propaganda che presenta l’estremismo wahabbita come il meglio dell’Islam. In pratica, nello Yemen, il più povero dei paesi arabi, i sauditi hanno sempre cercato di dirigere la politica nella direzione che vogliono spendendo soldi e comprando direttamente le persone, i capitribù e le personalità influenti. In Yemen, l’Arabia Saudita ha quindi formato una vera e propria rete di propri sostenitori, che religiosamente s’idendificano con i gruppi estremisti wahhabiti.
In Siria la repressione è particolarmente dura, e massima la cautela delle potenze straniere nell’ingerirsi.
Insomma, pare che gli Stati Uniti, puntando tutto sull’Arabia Saudita, sul suo estremismo ottuso e sulla sua arroganza, abbiano scomesso anche questa volta sul cavallo sbagliato.

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