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Stati Uniti: Barack Obama e il malumore dei suoi generali - L’ANALISI

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  • Tags: Barack Obama, budget, Leon-Panetta, Libia, obamamania, pentagono, robert-gates, Stati Uniti
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Barack Obama e Leon Panetta (Credits: Ansa/Mike Theiler)

Barack Obama e Leon Panetta (Credits: Ansa/Mike Theiler)

Michele Zurleni

Il rapporto tra Barack Obama e i generali non è mai stato troppo facile: gli scontri sulla strategia da adottare in Afghanistan, le tensioni e i malumori sulla gestione della crisi libica e, infine, i miliardi di dollari che verranno tagliati dal budget del Pentagono hanno alimentato le incompresioni tra la Casa Bianca e i militari.

Per “governare” questa difficile situazione, il presidente ha deciso di inviare al Pentagono Leon Panetta, 73 anni, attuale direttore della Cia, ex braccio destro di Bill Clinton, democratico da sempre. Prenderà il posto di Robert Gates che, da tempo, ha annunciato la sua intenzione di lasciare la poltrona di Segretario alla Difesa.

Leon Panetta sembra essere la migliore, forse l’unica soluzione per la successione di Gates. Per diversi motivi. E’ un politico di lungo corso, in grado di gestire una eredità così pesante (Gates è ritenuto uno dei migliori ministri della difesa degli Stati Uniti degli ultimi decenni) e con le doti necessarie per navigare nelle difficili acque del Pentagono, piene del malumore dei soldati nei confronti dei piani alti dell’Amministrazione.

Ha i contatti e le relazioni giuste, Leon Panetta. Soprattutto a Capitol Hill, dove ha stretto legami con i più influenti e importanti congressmen dei due partiti. L’annuncio della sua nomina potrebbe arrivare a maggio. Il suo nome avrebbe convinto Barack Obama, ma ora si tratta di presentarlo con la dovuta convinzione ai vertici della forze armate.

Panetta non è un tecnico. E la sua breve esperienza come capo della Cia non l’ha trasformato in un vero esperto sui temi della sicurezza nazionale. Era stato mandato da Obama a gestire l’Agenzia nel dopo Bush. Si è comportato abilmente, evitando di perseguire, o mettere sotto pressione i funzionari che avevano seguito le indicazioni della precedente amministrazione. Questo gli ha fatto conquistare la stima degli uomini e le donne di Arlington.

Ma non gli ha evitato di essere al centro delle critiche per due dei più clamorosi errori compiuti dall’Agenzia negli ultimi anni: i mancati controlli su Umar Abdulmutallab, il nigeriano che stava per far saltare in aria un aereo della Northwest Airlines mentre stava per atterrare a Detroit, e la strage della base Cia di Khost, in Afghanistan, quando un talebano infiltrato si fece esplodere, uccidendo sette agenti dell’Agenzia.

Leon Panetta dovrebbe andare al Pentagono per far digerire ai generali i 400 miliardi di dollari di tagli nel budget per le spese militari nel prossimo decennio, ma soprattutto dovrebbe convincerli ad avere un atteggiamento diverso nei confronti della Casa Bianca.

I rapporti con Barack Obama non sono buoni. Già mesi prima, sono peggiorati con lo scoppio della guerra in Libia. I generali non capiscono l’approccio politico del Comandante in Capo. Lui cerca di essere analitico, ma loro, i soldati, lo vivono come confuso, incerto, insicuro sulle strategie e gli obiettivi da raggiungere.

Il Dossier Tripoli è emblematico. Lui dice che vorrebbe abbattere il regime di Gheddafi e poi approva dei piani bellici che sono in contraddizione con quell’obiettivo, è il leitmotiv dei militari. Un intervento soft ci mette in un angolo- ripetono- provocando la situazione di stallo militare in cui si trova il conflitto libico.

La questione è che Barack Obama vuole solo un impegno limitato in Libia (come in Afghanistan) e i generali sono costretti a seguire questa linea politica che li mette in grave difficoltà (dal punto di vista tecnico).

Questa dicotomia (tra militari e civili) si è sempre registrata, ma con la presidenza Obama si è accuita.  Tra la Casa Bianca e il Pentagono c’è una forte incomprensione. Leon Panetta dovrà tentare di sciogliere il nodo.

—

Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori

  • michele.zurleni
  • Venerdì 22 Aprile 2011

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