
(Credits: Epa/Yahya Arhab)
Lo Yemen è da sempre il Paese delle spose bambine ma, per una serie di ragioni, le proteste arabe di questi mesi stanno rivoluzionando anche la condizione femminile.
I motivi di questo cambiamento sono almeno due. In primis, a guidare le proteste è – tra gli altri – l’attivista Tawakul Karman. Trentadue anni, sposata e madre di due figli, Tawakul è giornalista e direttrice dell’associazione Donne senza catene. Dopo la prima dimostrazione era stata arrestata, picchiata e umiliata. Ma la pressione popolare aveva obbligato il regime di Saleh a rilasciarla.
In secondo luogo, le donne yemenite si sono mobilitate come non avevano mai fatto prima. Sicuramente Tawakul è stata d’esempio. Ma non bisogna dimenticare che, nonostante la segregazione di genere, le yemenite hanno da sempre una loro vita sociale: si incontrano per masticare il qat e per diverse celebrazioni non solo religiose, e durante questi incontri chiacchierano per ore e ore, scambiandosi informazioni e opinioni.
Il fatto che le donne siano scese in piazza, nella capitale Sanaa ma non solo, rappresenta un segnale di un malcontento diffuso, motivato dagli oltre trent’anni di regno del presidente Ali Abdullah Saleh. Un regno dove molte libertà sono state negate. E proprio quando padri, fratelli e mariti sono spariti, sull’onda della repressione di regime, molte donne hanno deciso di spezzare il silenzio scendendo in strada a protestare, chiedendo ad alta voce la liberazione dei loro familiari.
È stato questo concatenarsi di eventi a impedire agli uomini yemeniti di relegare ulteriormente le loro donne in casa, come prescrive una tradizione secolare. Perché, se non fosse stato per queste madri di famiglia, il movimento di protesta si sarebbe fermato.
Non mancano i paradossi giacché a mobilitare le donne sembra essere il partito islamico al-Islah: al di là degli stereotipi, sono proprio i radicali islamici a offrire maggiori opportunità alle donne che militano nei movimenti di protesta. E sono stati proprio loro, i radicali islamici, a dare avvio alla legislazione che innalza a diciotto anni l’età minima per convolare a nozze.
Tawakul Karman fa capo proprio a quel partito islamico, al-Islah. E forse le proteste, volte a cacciare il presidente Saleh, potrebbero portare qualche cambiamento effettivo anche nei diritti delle donne.
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Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
- Venerdì 22 Aprile 2011

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