
Ali Khamenei (AP Photo/Office of the Supreme Leader)
È un po’ che non parliamo di Iran, principalmente a causa dell’attenzione concentrata sul mondo arabo in rivolta. La notizia di questi giorni, relativa alla Repubblica islamica, riguarda il presidente Ahmadinejad. Da tempo nel mirino del clero sciita, che mal sopporta la presa di potere sua e dei pasdaran, è ora sotto pressione a causa del ministro dell’intelligence Heidar Moslehi.Moslehi è un religioso di medio rango che, prima di diventare ministro, era a capo dell’Organizzazione degli istituti caritatevoli islamici (vaqhf) incaricata di gestire una rete di moschee altre istituzioni religiose. Nel 2005, quando Ahmadinejad fu eletto per un primo mandato presidenziale, Moslehi (che già era il rappresentante di Khamenei nelle milizie basij) fu scelto come consulente per le questioni religiose. Ma, essendo Moslehi coinvolto con le milizie, vi furono troppe proteste e dopo tre mesi fu costretto a dare le dimissioni. A quel punto, Khamenei lo nominò ministro dell’intelligence.
Ahmadinejad aveva accettato le dimissioni di Moslehi lo scorso 17 aprile. Dimissioni che sembrano essere state indotte dallo stesso presidente, perché il ministro aveva licenziato un funzionario legato al consuocero di Ahmadinejad, Esfandiar Rahim Mashaei, la cui figlia ha sposato uno dei figli del presidente. Un personaggio, Mashaei, finito in passato nel’occhio del ciclone per aver irritato (più volte) gli ultraconservatori ma che si potrebbe candidare alle prossime elezioni presidenziali del 2013.
Nel frattempo, nonostante la decisione del presidente, il leader supremo ha ordinato al ministro – con un comunicato letto alla radio di stato - di starsene al suo posto. E mercoledì 20 aprile due terzi dei parlamentari hanno firmato un documento, invitando il presidente Ahmadinejad a non fare orecchie da mercante.
Che il leader supremo interferisca in questioni del genere fa riflettere. In questi anni Khamenei ha appoggiato Ahmadinejad in più occasioni, inclusa la sua contestata rielezione nel giugno 2009. Questa volta forse non si tratta di una vera e propria bagarre, ma di un gioco delle parti per creare interesse tra gli iraniani in vista delle elezioni politiche del 2012 e delle presidenziali del 2013. Un modo come un altro per combattere l’apatia politica della popolazione.
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Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
- Domenica 24 Aprile 2011

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