
Un Predator in volo (AP Photo/Kirsty Wigglesworth, File)

Gli americani tornano a colpire la Libia dopo aver ritirato, a inizio aprile, i loro jet da combattimento dall’operazione “Unified Protector” della Nato.
A solcare i cieli libici sono da alcuni giorni un paio di velivoli teleguidati Predator, gli stessi utilizzati insieme ai più grandi e potenti Reaper nelle operazioni contro al-Qaeda e i talebani in Afghanistan e nella regione tribale Pakistana. Il Segretario alla Difesa, Robert Gates, ha annunciato l’impiego dei cosiddetti droni allo scopo di “colmare il gap nelle forze aeree alleate” che non dispongono di mezzi simili ai Predator oppure (come nel caso dell’Italia che li schiera anche in Afghanistan), ne possiedono ma per scelta politica li lasciano disarmati.
La decisione di Washington non sembrerebbe indicare una volontà di tornare in forze sui campi di battaglia libici ma pare più un gesto simbolico in appoggio agli alleati europei. Secondo la Nato le missioni dei droni sulla Libia hanno permesso di distruggere almeno una batteria antiaerea mobile Sa-8 attendendo il momento più adatto, quando non vi erano civili nelle vicinanze.
I velivoli teleguidati offrono infatti agli alleati il vantaggio di poter sorvolare l’area delle operazioni quasi 20 ore scegliendo il momento più adatto per colpire i bersagli. Un tempo ben maggiore rispetto a un cacciabombardiere che non resta nei cieli libici più di 60 o 90 minuti. Le sofisticate telecamere dei Predator possono quindi garantire una costante sorveglianza del campo di battaglia individuando bersagli nemici e colpendoli o con i missili Hellfire o guidando sugli obiettivi missili e bombe dei jet.
Anche le spese tendono a contrarsi drasticamente impiegando i droni il cui costo per ora di volo è pari a circa un decimo di quello dei più importanti e potenti jet alleati variabili tra i 66 mila euro per un Typhoon e i 32 mila per un Tornado.
Il limite nell’impiego dei droni statunitensi sulla Libia è insito nel numero di velivoli e nell’armamento. Con appena due Predator armati con uno o due missili Hellfire si può fare ben poco ma se a Sigonella venisse basato un intero squadrone di questi velivoli o di più grandi Reaper si otterrebbe un maggiore volume di fuoco, una sorveglianza costante delle aree più importanti e qualche risultato in più per sbloccare lo stallo nel conflitto.
Secondo l’ammiraglio Mike Mullen, alla testa delle forze armate statunitensi, i raid aerei hanno finora ”messo fuori gioco tra il 30/40 per cento delle unità terrestri di Gheddafi che è però sono ancora in grado di muovere”.
L’impiego dei velivoli teleguidati, responsabili dell’uccisione di molti leader talebani ed esponenti di al-Qaeda, potrebbe risultare utile a individuare ed eliminare anche i comandanti e gli uomini chiave del regime libico incluso Muammar Gheddafi. Anche se ufficialmente la Nato non considera il Colonnello un obiettivo, numerosi raids aerei hanno colpito il suo quartier generale a Tripoli (Bab-al-Azizia) e la sua roccaforte di Sebha.
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- Mercoledì 27 Aprile 2011

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Il 27 Aprile 2011 alle 12:04 I droni americani sulla Libia | Notizie Più ha scritto:
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