
Palestinesi in festa dopo l'annuncio dell'accordo (Credits: Ap Foto/Adel Hana)
Il governo di Gerusalemme è stato colto di sorpresa, forse, e lancia un duro avvertimento presidente palestinese Abu Mazen. Che scelga: o la pace con Israele, o la pace con Hamas. Parole a effetto certo ma, che piaccia o no, Israele sapeva benissimo che prima o poi questo momento sarebbe arrivato: Abu Mazen e Hamas torneranno a formare un governo di unità nazionale (le ultime notizie qui). Ora resta da chiedersi quali saranno le conseguenze, a breve e medio termine, per israeliani e palestinesi.
Come prima cosa (e questa è la buona notizia) si avrà un effetto di riunificazione dell’Autorità nazionale palestinese, quello Stato non-Stato che rappresenta l’unica forma di autogoverno embrionale per il popolo palestinese e che finora era diviso in due: da un lato la Cisgiordania (detta anche West Bank, al confine con la Giordania) sotto il governo di Abu Mazen; dall’altro la Striscia di Gaza (al confine con l’Egitto), dove Hamas governava di fatto dopo il golpe del 2007. Ora il problema della separazione geografica rimane, visto che non c’è soluzione di continuità tra Gaza e Cisgiordania: in mezzo, appunto, c’è Israele (per farvene un’idea date un’occhiata alla mappa che trovate alla fine di questo post).
Problema: Hamas, considerata un’associazione terroristica dall’Unione europea e dagli Stati Uniti, non ha alcuna ragione di riconoscere Israele. Ne consegue che se c’è Hamas al governo si bloccheranno automaticamente i colloqui di pace tra il governo di Gerusalemme e l’Autorità nazionale palestinese? Di sicuro la presenza di un gruppo estremista come Hamas nell’Autorità nazionale palestinese complica le cose. E del resto il processo di pace è in fase di stallo già da tempo.
Ma bisognerà vedere quale peso ricoprirà Hamas nel (per ora ipotetico) governo di unità nazionale. E quanto gli estremisti riusciranno a imporre la loro intransigenza alla coalizione. Intendiamoci, per Gerusalemme fare la pace con un governo che include tra i suoi membri un gruppo terrorista che si augura nel proprio statuto la distruzione di Israele sarebbe difficilissimo. Ma, fino a quando l’Autorità nazionale palestinese era divisa in due Stati di fatto a sé stanti, c’era un altro paradosso: Israele poteva fare la pace con la Cisgiordania, ma non con Gaza.
Infine, da un punto di vista strettamente palestinese, c’è un’ulteriore domanda: che fine farà Salam Fayyad? Ovvero il cosiddetto “Ben Gurion della Palestina” l’economista della Banca Mondiale che Abu Mazen ha voluto come suo primo ministro. Un moderato rispettato dalla comunità internazionale. Ma soprattutto un tecnico lungimirante, che sta facendo di tutto per costruire la Palestina dal basso, lavorando sulla creazione di istituzioni e di infrastrutture, sulla lotta alla corruzione, sull’educazione e sulla formazione del know how necessario alla creazione di posti di lavoro, sull’economia e in particolare sull’attrazione di capitali stranieri. In altre parole, su tutto quello che viene normalmente catalogato nell’insieme di nation building.
È purtroppo assai probabile che, come prima cosa, Hamas voglia sbarazzarsi di Fayyad. E sarebbe un gran peccato, perché egli rappresenta esattamente quello di cui i palestinesi hanno bisogno. Per dirla in parole povere: uno che anziché piantar grane pianta patate.
—
Anna Momigliano è una redattrice di Studio, bimestrale di attualità culturale. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher
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- Giovedì 28 Aprile 2011

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Commenti
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Il 28 Aprile 2011 alle 16:11 anna.one ha scritto:
Una cosa dovrebbe succedere; visto che Fatah non é considerata un’organizzazione terroristica unendosi ad Hamas lo diventerebbe cosi’, secondo le nostre leggi, come possiamo dare aiuti esteri ad una organizzazione terroristica? Sembra chiaro che Obama e Clinton dovranno sospendere indefinitamente il finanziamento di tutti i palestinesi.
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