
Festeggiamenti a New York per la morte di Osama Bin Laden (Credits: LaPresse/Tina Fineberg)
Quell’America scesa nelle strade per una notte di veglia e di canti, di gioia e di orgoglio, di ricordi e di commozione, di sollievo e di stordimento, si è radunata davanti alla Casa Bianca, è corsa davanti al Pentagono, si è abbracciata a Ground Zero, sventolando la bandiera a stelle e strisce, non (solo) per festeggiare la morte del Pericolo Pubblico Numero Uno, non (solo) per benedire un atto di giustizia, come l’ha definito Barack Obama, non (solo) per assaporare la vendetta, ma (soprattutto) per salutare la fine di un’epoca, iniziata 10 anni fa, l’11 settembre 2001.
La fine di un’epoca e quindi l’inizio di un’altra, dove Osama Bin Laden non sarà più il fantasma con cui gli americani dovranno convivere come hanno fatto nell’ultimo decennio, dove il pericolo del terrorismo farà ancora paura, ma non sembrerà una lotta contro imprendibili ombre, dove nessuno potrà dire di poter colpire l’America e farla poi franca.
C’è molto di simbolico nella cruda realtà della morte del capo di Al Qaeda.
Lo spiegano le centinaia di ragazzi che si sono riversati nelle strade di Lower Manhattan, sono usciti dai campus in piena notte, hanno gioito mentre si trovano nei loro locali notturni e che hanno iniziato a cantare The Star Spangled Banner e a urlare U-S-A! U-S-A! come una folla di tifosi dopo la vittoria nel Campionato del Mondo di calcio quando hanno saputo che Osama era morto.
[FOTOGALLERY: Osama Bin Laden: fotostoria del nemico pubblico numero 1]
[FOTOGALLERY 2: Osama è morto: la gioia degli americani]
Giovani che dieci anni fa erano solo bambini, cresciuti con l’America in guerra a causa dell’uomo delle Torri Gemelle, avvezzi a pensare che la cupezza dei Tempi, il Pessimismo per il Futuro, fossero marcati (anche) dal volto dello Sceicco, convinti che la loro vita sarebbe stato ancora condizionato a lungo da Osama Bin Laden.
Il loro rito liberatorio significa che si può (tornare, iniziare) a guardare avanti, che la lotta contro il terrorismo, che ha avuto un doloroso inizio, può avere anche una vittoriosa fine.
La fine di un’epoca si legge nei volti e nelle parole di Nathan Morris e Yuri Jang, due delle centinaia di newyorkesi che si sono ritrovati a Ground Zero con delle candele in mano per ricordare le 3.000 vittime dell’11 settembre.
Un’iniziale perplessità si è trasformata in un senso di liberazione. “Io speravo che fosse preso e processato - ha raccontato Morris - e quando ho saputo la notizia mi sono detto: ma come… L’hanno ucciso..? Poi ci ho pensato - ha spiegato ancora il giovane - e ho sentito forte questo senso di cesura, di passaggio da un momento all’altro della Storia. Questo Paese e il mondo ora possono andare avanti“.
C’è chi ha pianto, chi è rimasto ammutolito, chi è quasi svenuto davanti alla televisione per l’emozione. I parenti delle vittime dell’11 settembre ricorderanno bene questo 2 maggio. Per loro, la morte del capo di Al Qaeda è (forse) un elemento di Senso (esistenziale) nelle loro dolorosissime storie personali. E’ quella parte di giustizia che mancava dopo la scomparsa di coloro che amavano.
Anche per i pompieri di New York - corpo che ha pagato un forte prezzo in termini di vite umane dieci anni fa la novella della notte li ha fatti entrare in una nuova epoca. La foto di una squadra di vigili del fuoco, ripresi di spalle mentre esultano alla vista di un megaschermo sul quale scorre la notizia dell’uccisione di Osama Bin Laden, prende il posto dei fotogrammi che immortalano gli uomini in divisa, coperti di polvere, uscire dalle macerie delle Twin Towers.
L’America torna a sentirsi unita dopo l’annuncio di Barack Obama. Un Paese che negli ultimi due anni è stato diviso, dilaniato in furiose polemiche, ha ritrovato l’unione bipartisan dei momenti difficili, in cui il patriottismo ha fatto da collante.
Ma soprattutto un’epoca è finita perché Osama Bin Laden è stato sconfitto. Gli Stati Uniti hanno subìto per anni questo sentimento di Paese perdente perché l’autore della peggiore strage sul territorio americano non aveva pagato il conto.
“Questa notte l’America ha mandato un messaggio molto chiaro: non importa quanto tempo impiegheremo, ma giustizia verrà fatta” - ha detto George W. Bush. Nelle strade, le frasi delle persone comuni gli hanno fatto eco. “Non ti mettere contro gli Usa perché prima o poi la paghi” diceva un cartello esposto a New York.
Questo è forse il segno più forte che un’epoca (simbolicamente) può essere considerata chiusa. E’ come se, con la morte di Osama Bin Laden, l’America - che per dieci anni si è sentita vulnerabile - ora si senta di nuovo in possesso della sua forza.
Osama - come scrive con una metafora Ross Douthat sul New York Times - nel 2001 era un forte destriero e gli Stati Uniti un debole cavallo.
Dieci anni dopo, la Storia ha stabilito chi fosse il cavallo debole: il leader di Al Qaeda.
—
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori
- Lunedì 2 Maggio 2011


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