
Una mamma con la figlia seduta in corrispondenza di una delle tombe di Saint Paul Church, la chiesetta-simbolo della tragedia delle Torri Gemelle, oggi 02 maggio 2011 a New York. ANSA
Se è vero che il 2011 sarà ricordato senz’altro come l’anno dell’assassinio di Osama Bin Laden, come il 2001 lo è per l’attentato alle Torri gemelle, altrettanto vero è che la morte dell’uomo più ricercato del mondo, il simbolo del terrore, l’incarnazione del Male assoluto, non significherà anche la sconfitta di Al Qaeda e del terrorismo islamico. “Certamente si tratta di un duro colpo per l’organizzazione – spiega a Panorama.it
Gabriele Iacovino, analista del Centro studi internazionali esperto di Nord Africa e Medio Oriente – ma la rete terroristica è troppo articolata per pensare di poterla smantellare così. Il mondo senza Bin Laden non è poi molto più sicuro”.
La caccia a Bin Laden era iniziata già dal 2001 tra le montagne di Tora Bora, avvistato più volte al confine tra Afghanistan e Pakistan, solo ora si è riusciti a catturarlo. Perché?
Perché fortunatamente anche una persona come Bin Laden, che è sempre riuscito a nascondersi bene, ha commesso degli errori e da quegli errori sono partite le varie informazioni di intelligence che hanno portato al raid delle forze americane.
Quali errori?
In particolare quello di utilizzare sempre gli stessi corrieri per lo scambio di notizie il che ha permesso agli investigatori americani di risalire al suo ultimo nascondiglio.
Ci sono molti dubbi sul ruolo ricoperto nella pianificazione del blitz da parte dell’intelligence pakistana: in un primo momento fonti Usa avevano parlato di un coinvolgimento e dopo la smentita di Islamabad anche gli americani hanno ritrattato. Secondo lei quanto c’entrano i pakistani in questa operazione?
Da quanto risulta i pachistani sarebbero stati tenuti totalmente fuori dalle operazioni anche per paura di una possibile soffiata a Bin Laden. Lo stesso fatto che l’ultimo suo nascondiglio si trovasse a poche centinaia di metri di distanza da una base dell’esercito pachistano fa pensare che non sia ipotizzabile un coinvolgimento da parte di Islamabad nel blitz che ha portato al suo assassinio. Quasi certo, invece, è che qualcuno dei servizi d’intelligence pachistani sapesse benissimo dove si trovasse Bin Laden.
E non potrebbe essere stato questo qualcuno a fare la soffiata agli americani?
In questo momento viene escluso. Si parla solo di un’azione d’intelligence capillare da parte degli americani che ha portato all’individuazione del nascondiglio.
Con l’uccisione di Bin Laden è stato davvero decapitato il vertice di Al Qaeda o lui ne rappresentava solo l’icona, il simbolo, piuttosto che la sua reale incarnazione?
Sicuramente è un colpo importante, ma è anche vero che il semplice fatto che si sia riusciti a rintracciarlo grazie a un corriere dimostra come lui stesso intrattenesse uno scambio di messaggi e notizie con una parte del suo gruppo. D’altra parte va detto che negli ultimi anni Al Qaeda ha portato avanti un’azione di sviluppo di cellule parallele abbastanza autonome rispetto alla leadership centrale, e penso soprattutto alla Penisola Arabica.
Di fronte a uno scenario tanto eterogeneo, cosa significa, di fatto, la scomparsa di Osama Bin Laden nella lotta al terrorismo? Basta a dire che Al
Qaeda è sconfitta?
Innanzitutto è verissimo che ci troviamo di fronte a un’entità multiforme, non dotata di una struttura piramidale, che negli ultimi anni ha portato allo sviluppo di altri network fuori dall’Afghanistan, in Iraq e soprattutto nella Penisola Arabica che oggi rappresenta la minaccia principale per l’Occidente visto che proprio da qui Al Qaeda ha ideato i falliti attentati del Natale 2009 e i pacchi bomba dell’ottobre 2010. Pertanto no: non è certo possibile dire che con l’uccisione di Bin Laden Al Qaeda sia sconfitta.
C’è già chi parla di possibile vendetta di Al Qaeda in Europa. Quanto è alto il rischio di risveglio delle cosiddette cellule dormienti?
E’ un rischio che esiste anche se non si può parlare di un possibile attentato su larga scala come quello dell’11 settembre dal momento che, grazie alle attività d’intelligence messe in campo, Al Qaeda è stata privata di molte risorse. Certo è possibile che eventuali cellule dormienti, o cosiddetti “lupi solitari”, possano reagire alla morte di Bin Laden portando avanti attentati isolati.
L’uccisione di Bin Laden è un risultato che serve al mondo intero o soprattutto agli Stati uniti e in particolare al suo presidente Barack Obama?
Serve a entrambi: sia al mondo intero perché si tratta comunque di un duro colpo al network di Al Qaeda, sia al presidente Obama che si trova all’inizio di una campagna elettorale e deve in parte giustificare agli elettori l’impegno americano in Afghanistan.
A New York e Washington la gente si è riversata in strada per festeggiare: in cosa cambierà da oggi la vita per gli americani?
Sarebbe sbagliato farsi prendere da un eccessivo entusiasmo: si tratta sicuramente di un colpo importante, ma purtroppo non si può parlare di un mondo molto più sicuro senza Bin Laden proprio a causa dello sviluppo di una rete terroristica estremamente ramificata.
C’è una minaccia, adesso, che incombe direttamente sull’Italia: quella del colonnello libico Gheddafi di portare la guerra sul nostro territorio per ritorsione contro le nostre bombe? Quanto va presa sul serio e di che tipo di guerra si tratterebbe?
E’ difficile determinare il tipo di guerra che Gheddafi potrebbe portare sul territorio italiano. Sicuramente da un punto di vista militare non credo vi possa essere una minaccia libica all’interno dei nostri confini; la sua uscita mi sembra piuttosto dettata da ragioni mediatiche e cioè far leva sulla sua popolazione attaccando il vecchio alleato italiano.
Lei crede che il terrorismo islamico, con le sue mille sfaccettature, che trae linfa dal disagio economico più che dal fervore religioso, possa essere sconfitto solo militarmente con guerre e blitz pianificati?
Assolutamente no. E’ necessario invece portare sì avanti un’attività di repressione del fenomeno, ma anche soprattutto quella di supporto allo sviluppo sia politico che economico alle regioni più a rischio senza la quale assisteremo a un ulteriore inasprimento della minaccia terroristica.
- Martedì 3 Maggio 2011


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