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(Credits: Epa/Mazen Mahdi)
Il Bahrein è un caso – eclatante – dei due pesi e due misure dell’Occidente. Stati Uniti in testa. Se in Libia la comunità internazionale ha deciso di intervenire, in questo piccolo arcipelago del Golfo è scattata la mattanza, sotto lo sguardo distratto dell’Occidente.
In Bahrein le proteste erano iniziate il 14 febbraio. In modo pacifico, non violento. A scendere in piazza, nella piazza delle Perle nella capitale Manama, erano stati sia gli sciiti sia i sunniti. Reclamavano – tutti - maggiori diritti, come altrove.
La repressione si è scatenata il 15 marzo, per mano dei sauditi e delle altre monarchie che fanno parte dei GCC, il Gulf Cooperation Council. In questi due mesi migliaia di persone sono state arrestate, torturate, ammazzate. Secondo Human Rights Watch, 630 persone sono ancora in carcere. Almeno trenta moschee sciite sono state rase al suolo.
A compiere il massacro sono stati i mercenari al soldo della dinastia (sunnita) degli al-Khalifa. La maggior parte delle vittime sono sciiti. Per una banale questione statistica: il 70 per cento della popolazione del Bahrein è composta da sciiti. Appartengono alla borghesia e alla società civile. Sono giornalisti, attivisti, medici e insegnanti. Professionisti. Ma anche bambine, perché i mercenari hanno preso di mira pure le scuole femminili e minacciato stupri.
Tutte le vittime della repressione sono di etnia araba e parlano arabo. Sono musulmani ma – a differenza dei regnanti – oltre che nella Rivelazione, dopo la morte del profeta Maometto credono e riconoscono dodici Imam. In migliaia hanno perso il posto di lavoro. Perché questa è la vendetta del regime nei confronti di coloro che hanno osato manifestare in piazze delle Perle.
I mercenari (sunniti) arrivano da Yemen, Giordania e Pakistan (di etnia baluci, soprattutto). Dalla dinastia regnante ricevono stipendio, casa per sé e per i propri famigliari, e il passaporto del Bahrein. La notte calano – con la maschera sul volto - nei villaggi sciiti, irrompono nelle abitazioni e portano via le persone. Ci sono posti di blocco ovunque, chi è ferito non riesce ad arrivare all’ospedale. Basta il nome (Hassan, Hossein, come il secondo e il terzo Imam dello sciismo, i nipoti di Maometto) a tradire l’appartenenza a una setta ormai in odore di eresia.
L’obiettivo è diffondere il terrore. Per gettare fango sull’opposizione, il regime di Manama cerca di screditarla, accusandola di essere collusa con l’Iran. Che, fino a prova contraria (e finora le prove non ci sono) con le proteste del Bahrein non c’entra proprio niente.
Alla periferia di Manama, a pochi minuti di auto da piazza delle Perle, ha sede la quinta flotta americana. Per questo il Bahrein sta a cuore a Washington. E per questo l’amministrazione Obama ha dato il via libera alla repressione, con l’aiuto dei sauditi che a Manama hanno mandato migliaia di militari e mezzi per reprimere il dissenso, temendo che le proteste potessero contagiare il regno di re Saud. Le violazioni sono tante, e le organizzazioni per i diritti umani le stanno denunciando.
Dove può portare il sostegno ai dittatori arabi? La Storia ce lo dice, basterebbe rileggere le pagine sul colpo di stato contro Mossaddeq, il premier iraniano che fece dell’Iran una monarchia costituzionale ma che nel 1951 osò nazionalizzare il petrolio (i cui proventi andavano a Londra più che a Teheran) e due anni dopo fu estromesso da un golpe architettato dagli inglesi e messo in atto dagli americani.
Torniamo, brevemente, al Bahrein: la popolazione civile non potrà dimenticare i soprusi, avallati da Washington. Avallati dall’amministrazione di Barack Obama, ovvero da quel presidente che non molto tempo fa ha vinto il Nobel per la Pace.
Come ha scritto Patrick Cockburn sul quotidiano inglese Independent, lo slogan della dinastia regnante del Bahrein è “anneghiamo la rivoluzione del sangue degli sciiti“. Uno slogan che ricorda quello degli zar, quando negli anni precedenti la prima guerra mondiale orchestrarono i pogrom contro gli ebrei di Russia, usando i Cosacchi per uccidere e torturare gli ebrei e bruciare le loro sinagoghe.
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Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
- Martedì 17 Maggio 2011

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Commenti
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Il 17 Maggio 2011 alle 11:33 Bahrein: la repressione continua, sotto lo sguardo distratto dell’Occidente | Notizie Più ha scritto:
[...] from: Bahrein: la repressione continua, sotto lo sguardo distratto dell’Occidente Segnala presso: Articoli CorrelatiBahrein: la repressione continua, sotto lo sguardo distratto [...]
Il 17 Maggio 2011 alle 12:07 indigesto ha scritto:
Ci sono rivolte che i governi hanno il diritto di reprimere, ed altre no! E diciamo che non si sa chi è che lo decide.
Il 17 Maggio 2011 alle 17:27 anna.one ha scritto:
“Che, fino a prova contraria (e finora le prove non ci sono) con le proteste del Bahrein non c’entra proprio niente.”
Si, non c’entra per niente! Considerano solo Bahrain “una provincia iraniana” come recentemente scritto nel mouthpiece dell’Iran’s Supreme Leader Ali Hosseini Khamenei, il newspaper Kayhan, da Hossein Shariatmadari.
“Bahrain appartiene all’Iran” e questo ha provocato proteste e outrage in Manama.
p.s: che si dice delle rockets launch bases che i mullahs stanno costruendo in Venezuela?
Il 17 Maggio 2011 alle 18:09 anna.one ha scritto:
É dal 2008 che gli USA sanno dei dirty tricks dei mullahs, dopo che King Hamid ha presentato i fatti:
Consiglieri politici e militari dell’Hezbollah lavorano insieme almeno a quattro dei sei principali gruppi di opposizione, tra cui la più grande alleanza shia al-Wefaq.
I consiglieri dell’ Hezbollah sono particolarmente vicini a Mashaima Hassan, il capoccia della linea dura del partito shia Al-Haq, che è tornato dal suo esilio volontario a Londra l’ultima settimana di febbraio per diventare il leader più in vista della rivolta shia del Bahrein.
Tehran ha assegnato Hezbollah tre compiti per il regno della piccola isola:
1. Per costruire le celle militare di eseguire le operazioni di sabotaggio e assassinio diretto da Tehran.
2. Per impostare una infrastruttura popolare paramilitare, che si terrà pronta per il momento giusto per sequestrare le strutture strategiche del Bahrain, come il porto dove si trova la sede del comando americano della 5th Fleet, raffinerie di petrolio e il traffico delle arterie principali.
3. Per creare un governo scheletro shia per sostituire il re Hamad bin Isa al-Khalifa, in caso di un colpo di stato iraniano o l’occupazione militare dell’isola.
Si, é vero, fino a prova contraria l’Iran non c’entra proprio niente…c’entra solo il suo proxy, Hezbollah!
Certo che sarà interessante vedere chi avrà in sopravvento, Saudis o mullahs iraniani, nel frattempo l’Occidente non avrà altro da fare che..tweaking…
Il 18 Maggio 2011 alle 12:08 e.fumagalli ha scritto:
Strano che non si senta nulla sul Qatar dove in agitazione i qatarini, quelli che fin dalla nascita ricevono 10 mila dollari mensili per abituarsi ad essere ricchi. Ora li vogliono in euro e hanno ragione ,prima o poi i dollari non varranno più nulla. Lo ha detto pure Bernanke avvertendo gli studenti di una università USA due anni fa. Lui è solo il presidente della Federal Bamk. Il problema nel Qatar sono gli schiavi tanto più che in costruzione ci sono 150 alberghi, alcuni da 500 camere per i mondiali del 2020 Era l’unico modo per far partecipare la loro squadra che non è mai riuscita a parteciparvi,. Come nel Baharein annullarono il GP F1,a rischio i mondiali di calcio.
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