Due anni dopo il discorso del Cairo e diciassette giorni dopo l’uccisione di Osama Bin Laden, ieri il presidente statunitense Barack Obama ha tenuto un discorso rivolto anche agli arabi, agli iraniani e agli afgani, tant’è che le sue parole sono state tradotte in arabo e in persiano (una parte della popolazione afgana parla dari, che è una versione della lingua parlata in Iran).
Obama ha cercato di ricondurre le proteste arabe alla tradizione storica della rivoluzione americana e del movimento per i diritti civili.
Dal punto di vista finanziario, Obama ha offerto un miliardo di dollari di cancellazione del debito, distribuito in diversi anni, e un altro miliardo di dollari in prestiti per finanziare miglioramenti alle infrastrutture. Non era certo questo il piano Marshall che si attendevano gli egiziani, che hanno 30 miliardi di dollari di debito e un’economia in crisi profonda.
La verità – amara – è che Obama non ha tanti soldi da elargire. E forse sarebbe opportuno un intervento economico-finanziario dei sauditi, che però sono arrabbiati con Washington perché nel giro di qualche giorno hanno dato il benservito al presidente egiziano Mubarak, che per decenni era stato il loro alleato.
Ancora una volta, Obama ha dimostrato di non voler correre rischi. Ha temporeggiato a lungo, indeciso. Come in passato. Forse la politica estera non gli interessa più di tanto. Diversi mesi dopo l’inizio delle rivolte arabe, ha dovuto però prendere posizione e dire la sua.
Per farlo, ha usato i soliti paroloni: “valori” e “principi”, “sviluppo economico”, “riconciliazione tra stabilità e cambiamento progressivo”. Termini astratti.
Astratto è stato pure l’impegno di Obama nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese: l’America si impegna nella formula dei due Stati. Ma non dice come. Accenna ai confini antecedenti il 1967 ma non agli insediamenti in Cisgiordania (e quindi nei territori occupati con la guerra del 1967) considerati illegali dal diritto internazionale ma in cui vivono 300 mila coloni. Nessuna intenzione – pare – di fare pressione sulla parte forte, Israele. Che, in ogni caso, non ha perso l’occasione per dire di no, come pure ha fatto Hamas.
Obama ha accennato al Bahrain, in modo altrettanto vago perché a Manama ha sede la Quinta Flotta americana e il presidente statunitense non può certo rischiare lo sfratto da parte della dinastia regnante.
La regione che chiamiamo Medio Oriente – ma MENA (Middle East e North Africa) sarebbe più coerente – è un mosaico di realtà. E il discorso di Obama riflette questo mosaico, come un dipinto impressionista.
Ieri, il suo obiettivo era solo politico: dare l’impressione che gli Stati Uniti sono un Paese responsabile, senza il quale il mondo (Medio Oriente incluso) non può andare avanti. Nell’immaginario dell’elettorato statunitense (e quindi anche della sua classe dirigente e della lobby ebraica), Washington deve restare il motore del mondo. Anche per arabi e musulmani.
Mi chiedo se la visione di Obama per il Medio Oriente non sia poi tanto diversa da quella del suo predecessore George W. Bush. Quando presentò la sua Freedom Agenda, Bush parlò di libertà e democrazia come alternative alla repressione e al radicalismo, dichiarò di voler promuovere la pace nel mondo. Si disse favorevole alla creazione di uno Stato palestinese, non disse nel dettaglio che avrebbe auspicato di riportare i confini al 1967 ma parlò della possibile indipendenza di un futuro stato palestinese.
Nel suo secondo discorso inaugurale, Bush disse che l’obiettivo finale dell’America era mettere fine alla tirannia nel mondo. Promuovere la diffusione della liberà era – per Bush – l’alternative all’ideologia dell’odio dei terroristi.
Belle parole, ogni tanto servono pure quelle. Ma oggi sarebbe necessario un impegno più concreto. E non sarebbe poi così male se il premio Nobel per la pace Barack Obama alzasse la voce per mettere fine alla repressione di regime in Bahrain, dove a metà marzo i suoi alleati sauditi sono arrivati con migliaia di soldati e i carri armati per reprimere in dissenso.
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Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
- Venerdì 20 Maggio 2011


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Il 20 Maggio 2011 alle 16:29 anna.one ha scritto:
“Bush parlò di libertà e democrazia come alternative alla repressione e al radicalismo, dichiarò di voler promuovere la pace nel mondo. Si disse favorevole alla creazione di uno Stato palestinese, non disse nel dettaglio che avrebbe auspicato di riportare i confini al 1967 ma parlò della possibile indipendenza di un futuro stato palestinese”
Si, infatti sulla questione di riportare i confini al ‘67 Bush disse il contrario:
President Bush wrote to Prime Minister Sharon on April 14, 2004: “In light of new realities on the ground, including already existing major Israeli population centers, it is unrealistic to expect that the outcome of final status negotiations will be a full and complete return to the armistice lines of 1949.”
Bush clearly did not envision Israel withdrawing to the 1967 lines. Later in his letter he stated: “In light of new realities on the ground, including already existing major Israeli population centers, it is unrealistic to expect that the outcome of final status negotiations will be a full and complete return to the armistice lines of 1949.”
Non sarebbe poi cosi’ male se BHO alzasse la voce con quella nazione che stà destabilizzando tutta la regione, l’Iran.
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