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Obama, Netanyahu e le ragioni dei palestinesi - L’ANALISI

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  • Tags: Barack-Omaba, Benjamin Netanyahu, Generazione Tel Aviv, Israele, Palestina
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(Credits : Ansa)

(Credits : Ansa)

Anna Momigliano Questa volta hanno proprio ragione i palestinesi. O, meglio, i palestinesi della Cisgiordania intervistati da Euronews (vedi il video qui sotto), che così hanno commentato il discorso del presidente americano Barack Obama sulla possibile creazione di uno Stato palestinese e il ritiro di Israele dai territori occupati: “Non dice nulla di nuovo”. Ricapitolando, Obama incontra il primo ministro israeliano Bejamin Netanyahu. Alla vigilia del vertice, l’inquilino della Casa Bianca tiene un discorso in cui menziona il ritiro dai Territori occupati da parte di Israele come “la base di una eventuale pace” e fa riferimento alla creazione di un futuro Stato palestinese.

Il conservatore Netanyahu – che non è mai andato d’accordo con la Casa Bianca, anche quando a Washingto, al suo primo mandato da premier, c’era Bill Clinton – ha subito risposto che il discorso non gli è piaciuto: “Sarebbe un rischio per la nostra sicurezza”. Ora, probabilmente quello che preoccupa Netanyahu è la possibilità che gli Stati Uniti possano riconoscere in tempi brevi una dichiarazione di indipendenza unilaterale da parte dell’Autorità nazionale palestinese. Ma personalmente mi rifiuto di pensare che Netanyahu possa essere rimasto realmente stupito dal discorso di Obama.

Perché, appunto, non dice nulla di nuovo. Il ritiro di Israele dai Territori che furono occupati nella guerra del 1967 (allora appartenevano a Giordania ed Egitto) e la creazione in questi Territori di uno Stato palestinese è la base di ogni tentativo di processo di pace dal 1993 ad oggi.

Possono cambiare i dettagli, i tempi, le modalità e (soprattutto) le condizioni che si chiedono alla controparte palestinese. Israele ha sempre preteso, del resto comprensibilmente, che a una cessione dei territori da parte israeliana corrisponda una cessazione delle violenze (lanci di razzi, attentati terroristi, ecc.) da parte palestinese. E’ la famosa vecchia formula, cara già a Yitzhak Rabin e Bill Clinton, di terra in cambio di pace.

Che, come ha detto Obama, “lo status quo non può durare in eterno” lo sa benissimo anche Netanyahu. Piaccia o no, prima o poi Israele dovrà permettere la creazione di uno Stato palestinese sui Territori che sono stati conquistati nel 1967 (anche perché i “proprietari” originali di quelle terre, Egitto e Giordania, non li rivogliono certo indietro).

A dire il vero la Striscia di Gaza (ex Egitto) è già passata in mano palestinese nel 2005. Adesso manca solo la Cisgiordania (ex provincia della Giordania) che dal 1993 è amministrata dall’Autorità palestinese in una situazione di semi-autonomia (diciamo che uno Stato embrionale c’è già, ma è occupato militarmente dalle truppe israeliane).

Semmai, l’obiettivo di Netanyahu potrebbe essere quello di prendere tempo, e di conseguenza un po’ di spazio. Presumibilmente con il fine di costruire il più possibile le colonie immediatamente adiacenti a Gerusalemme, in modo da mettere palestinesi e mediatori internazionali davanti al fatto compiuto: una volta annesse di fatto a Gerusalemme, sarebbe virtualmente impossibile evacuare tali colonie. Ma, come si diceva, si tratta solamente delle colonie comprese nell’area metropolitana di Gerusalemme: le altre, prima o poi, andranno evacuate. Prima o poi, Israele dovrà cedere i Territori occupati, o almeno gran parte di essi. Questo anche Netanyahu lo sa.

Per un’analisi più approfondita sull’espansione delle colonie e la strategia di Netanyahu, cliccate qui.

—

Anna Momigliano è una redattrice di Studio, bimestrale di attualità culturale. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher

  • annamomigliano
  • Venerdì 20 Maggio 2011

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