In pochi giorni due azioni terroristiche hanno colpito le truppe italiane in Libano e in Afghanistan, in entrambi i casi senza provocare morti, anche se è improbabile che nel mirino degli attentati ci fossero proprio i nostri militari. Sei soldati sono stati feriti sul veicolo investito da una bomba radiocomandata nei pressi di Sidone nel Libano meridionale. Un attentato di matrice ancora ignota ma è certo che da tempo circolavano voci di una costante e diretta minaccia terroristica rivolta ai soldati di Unifil (la missione dell’Onu nel Libano meridionale) , rinvigorita dopo le durre reazioni di Damasco alle misure economiche assunte dalla Ue per punire le feroci repressioni attuate dal regime siriano.
Nonostante vi fossero molti avvertimenti circa il rischio terroristico (come ha sottolineato un documentato articolo DE La Stampa) i comandi militari pare non avessero ordinato ai caschi blu di muoversi solo a bordo di veicoli protetti o blindati (non privi di protezioni come il VM 90 travolto dall’esplosione) e indossando giubbotti antiproiettile ed elmetti. Anche se considerata a basso rischio, la missione dell’Onu in Libano ha già visto negli anni scorsi un paio di attentati condotti contro i caschi blu che hanno ucciso sei militari del contingente spagnolo e ferito due irlandesi.
Al di là delle responsabilità dell’attentato la reazione del governo italiano, teso ad accelerare la riduzione del contingente, rischia di regalare un successo ai terroristi e di indebolire le forze italiane che in caso di minacce alla sicurezza avrebbero bisogno di più truppe sul terreno e non certo di organici ridotti.
L’attacco condotto a Herat contro la base del Provincial reconstruction team del contingente italiano è invece ancora tutto da interpretare nei suoi aspetti militari. Un veicolo è esploso sotto il muro di cinta dell’unica base italiana situata all’interno della città di Herat ma è difficile capire perché i talebani abbiano utilizzato un’autobomba considerato che gli ostacoli posti appositamente davanti all’ingresso della base avrebbero impedito al mezzo di raggiungere l’ingresso.
Dopo l’esplosione, che ha fatto crollare parte del muro provocando alcuni feriti e contusi tra gli italiani, un buon numero di miliziani ha iniziato a sparare dentro la base da finestre e tetti delle case circostanti ma sono stati tutti neutralizzati dal preciso fuoco dei tiratori italiani. Da molti mesi la tattica maggiormente adottata dai talebani prevede l’impiego congiunto di attentatori suicidi e combattenti. I primi hanno il compito di aprire la strada o creare diversivi, i secondi ad attaccare gli obiettivi.
Una tattica impiegata in numerosi assalti a Kabul, Jalalabad, Khost, Gardez, più recentemente a Kandahar ma nell’ottobre scorso uno schema analogo venne adottato anche per attaccare la sede della missione dell’Onu (Unama) nei dintorni di Herat. Raid spettacolari di grande impatto mediatico ma ben poco influenti ai fini del conflitto. Il Prt è poi un obiettivo pagante per gli insorti perché cura i progetti di costruzione di infrastrutture per la popolazione (ponti, strade, scuole, fogne, ospedali) finanziati dal denaro italiano e statunitense che contribuiscono a togliere sostegno popolare alla causa talebana.
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Gianandrea Gaiani ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa, collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio e Libero ed è opinionista del Giornale Radio RAI e Radio Capital. Ha scritto “Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane”
- Lunedì 30 Maggio 2011


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Commenti
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Il 31 Maggio 2011 alle 13:47 indigesto ha scritto:
Certamente, Dr. Gaiani! tutto ciò che dà visibilità alle missioni italiane in territori arabi finisce col produrre reazioni terroristiche. Non mi sentirei di escludere nemmeno le nostre operazioni in Libia, proprio perchè non v’è da escludere una regia del terrorismo che tenda ad unificare gli interessi dei popoli arabi in chiave antioccidentale.
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