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Rivolte arabe: quale filo conduttore? - L’INTERVISTA

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  • Tags: Barack Obama, il mio iran, Karim Mezran, L'Africa Mediterranea, rivolte islam
  • 2 commenti
Scontri a Tunisi, febbraio 2011 (AP Photo/Chokri Mahjoub)

Scontri a Tunisi, febbraio 2011 (AP Photo/Chokri Mahjoub)

Farian SabahiI Paesi arabi in rivolta sono numerosi e diversi, esiste un comune denominatore? Lo chiediamo a Karim Mezran, direttore del Centro Studi americani di Roma, docente di Storia del Medio Oriente presso il Bologna Center della Johns Hopkins University e curatore (con Silvia Colombo e Saskia van Genugten) del saggio L’Africa Mediterranea. Storia e futuro.

Il leitmotiv è costituito dalla rabbia e dalla voglia di libertà e di partecipazione proveniente dai giovani arabi e dalle popolazioni in genere. Altro punto comune è il ruolo dei nuovi media, che non è stato solo quello comunemente riconosciuto di megafono amplificatore delle istanze dei dimostranti o quello di propagatore e organizzatore delle varie ribellioni. Molto più importante è - a mio avviso - il ruolo educativo che questi media hanno svolto nei confronti delle nuove generazioni arabe nel corso degli ultimi anni.

Attraverso l’utilizzo dei vari strumenti di internet migliaia di giovani (e meno giovani) hanno trovato, nel dialogo con i loro coetanei europei ed americani, un confronto e uno scambio intellettuale che ne ha favorito la maturazione politica e sociale.

Il G8 ha stanziato 20 miliardi di dollari: a quali condizioni questo fondo porterà risultati positivi?

Sono molto scettico sugli stanziamenti di questo genere, così come sull’idea di un Piano Marshall per il Medio Oriente. La domanda che bisogna porsi è sempre la stessa: a chi vanno questi soldi? Il mio timore è quello che vadano a sostenere gli stessi regimi autoritari (che si vuole invece delegittimare) e non a sostegno delle popolazioni in rivolta che spesso sono prive di leadership riconosciute, e quindi difficilmente possono essere oggetto di tali finanziamenti.

C’è altro che l’Occidente può fare per aiutare le rivolte arabe, a parte creare un fondo?

La cosa migliore che l’Occidente potrebbe fare sarebbe astenersi dal sostenere economicamente e politicamente i regimi autoritari. Inoltre sarebbe utile cessare con l’islamofobica pregiudiziale anti-islamista. In altre parole, smettere di favorire ad ogni costo regimi autoritari seppur laici e nazionalisti per timore dell’ascesa di movimenti islamici come la Fratellanza Musulmana. Permettere a questi ultimi attraverso la partecipazione alla politica, la possibilità di partecipare al governo dei vari Paesi con l’assunzione di tutti i rischi a questo connessi sarebbe il punto vincente per una nuova politica occidentale.

Il presidente egiziano Mubarak era un alleato di Washington. Come possono gli Stati Uniti scrollarsi di dosso l’immagine di complici dei dittatori arabi?

Oltre a quanto già detto al punto precedente, penso che la narrativa adottata dal Presidente Obama, che in Occidente viene interpretata come puramente retorica, viene invece vista in medio oriente come una mutazione di rotta ideale e programmatica. In pratica gli Stati Uniti dichiarano di non essere più disponibili a sostenere non tanto i regimi autoritari in sé, quanto l’eventuale violenta repressione da parte di questi delle istanze popolari. E questo è senz’altro un importante modo per scrollarsi di dosso l’immagine di complici dei dittatori arabi.

Lo storico statunitense Fukuyama mette in guardia dai possibili effetti negativi delle rivolte arabe. Lei che ne pensa?

Certo che possibili effetti negativi ce ne possono essere molti. Questi vanno dalla possibile instaurazione di regimi islamici radicali al crollo dell’ordine pubblico e quindi alla realizzazione di realtà anarchiche se non proprio di guerre civili (vedi il caso Libia), oppure addirittura alla violenta reazione controrivoluzionaria di élite autoritarie. Penso che però al momento attuale sia impossibile pronosticare alcunché con certezza. Vi sono ancora troppe variabili aperte e troppi condizionamenti esterni.

Gli esiti delle rivolte non sono ancora chiari. Quali sono le chiavi di lettura storico, politica e sociale da tenere sotto osservazione per valutare i futuri sviluppi, in una direzione o nell’altra?

Una cosa ormai assodata è che i Paesi del medio oriente non costituiscono un monolite, ma sono ciascuno differente dall’altro per la loro evoluzione storica come per quella politica e sociale. Pertanto, per rispondere correttamente a questa domanda si dovrebbero analizzare causa e origine delle rivolte Paese per Paese.

Non essendo questo possibile l’unica cosa da fare è quella di focalizzare l’attenzione su due aspetti comuni che possono aiutare a capire in quale direzione si vada. Questi sono l’attenzione dei media arabi e internazionali e l’atteggiamento della comunità internazionale. Se queste due entità, pur nella loro molteplicità e differenza, rimarranno attente agli sviluppi delle rivolte e focalizzate sulla necessità che non venga mai meno il sostegno alle istanze dei popoli in rivolta, indubbiamente si andrà verso un periodo sì di maggior instabilità, ma anche di grande progresso e sviluppo per i popoli mediorientali.

Qualora invece ciò non accadesse, è molto probabile che i regimi autoritari, pur privati dei loro leader storici, possano ricompattarsi e re-instaurare il proprio potere. I prossimi mesi saranno determinanti per capire quale delle due strade verrà intrapresa.

—

Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere

  • farian
  • Mercoledì 1 Giugno 2011

Vedi anche:

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Commenti

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Il 2 Giugno 2011 alle 11:36 indigesto ha scritto:

Tutto appare ineccepibile in questa bella ed intelligente intervista, gentile Professoressa. La democrazia ha comunque i suoi rischi, soprattutto quando si “sdoganano” forze politiche come la fratellanza musulmana, senza tenerne troppo presente le finalità che si propone. Forse si è deciso, in occidente, che la democrazia sia il miglior modo per garantirsi certe penetrazioni, politiche ed economiche. Ma gli “anticorpi”, per impedire o almeno limitare la realizzazione di questo progetto, l’Islam, in genere, li possiede fin dalle sue origini, e l’informazione, quando accuratamente gestita e controllata, può favorirne vieppiù la diffusione. C’è da attenderselo. Saluti.

Il 2 Giugno 2011 alle 16:54 anna.one ha scritto:

“…Vi sono ancora troppe variabili aperte e troppi condizionamenti esterni.”

“Gli esiti delle rivolte non sono ancora chiari. Quali sono le chiavi di lettura storico, politica e sociale da tenere sotto osservazione per valutare i futuri sviluppi, in una direzione o nell’altra?”

Da tener d’occhio i socialisti che nel video spiegano come lavorano con il Muslim Brotherhood e estremisti islamici nelle rivoluzioni del M.O per unire il mondo arabo contro gli USA, Britain ed Israel.

Gli useful idiots dell’Islam sembrano ignorare che saranno i primi ad essere “messi da parte” se gli estremisti la spunteranno.

http://www.youtube.com/watch?v.....r_embedded

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