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La Siria sprofonda nella guerra civile. Arrestata la blogger Amina

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  • Tags: Amina Abdallah Araf, rivolte islam, siria
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Proteste anti-regime a Talbiseh e la foto di Amina (AP Photo/Shaam News Network)

Proteste anti-regime a Talbiseh e la foto di Amina (AP Photo/Shaam News Network)

Mucchi di uomini trucidati e ricoperti di sangue… Ieri la tv siriana ha mostrato le immagini di decine di soldati dell’esercito distesi sul terreno, apparentemente uccisi da armi da fuoco a Jisr al-Shughour, remota cittadina agricola di 50mila abitanti nel nord della Siria. Centoventi agenti massacrati da bande armate, denuncia il regime. Militari che avevano disertato e si rifiutavano di sparare sulla folla giustiziati dal regime, è la versione degli attivisti.

Quello che è successo in realtà non è chiaro: il governo impedisce la presenza di giornalisti indipendenti e i portavoce ufficiali come gli organizzatori della rivolta contro il regime di Assad tendono a esagerare, se non a mentire, per i propri interessi. Quello che è certo è che l’esercito era entrato in città sabato, con mezzi blindati ed elicotteri, per porre fine alle proteste. Ed è altrettanto certo che in Siria la situazione peggiora di giorno in giorno e che è sempre più tangibile lo spettro dello scontro armato.

“La Siria sta sprofondando nella guerra civile. L’annuncio dei 120 funzionari siriani uccisi mostra quanto sia diventata disperata la lotta tra opposizione e le forze governative” scrive Joshua Landis, esperto di Siria americano, sul suo blog.

E proprio da un blog era partita la voce coraggiosa di Amina Abdallah Araf, trentaseienne lesbica siriana che tramite il suo blog A Gay Girl in Damasco aveva denunciato le violenze della repressione governativa, diventando un’eroina della rivolta. Per questo già più volte Amina era stata minacciata e intimidita. E lunedì è stata rapita da “tre ventenni armati”, probabilmente arrestata, secondo quanto scritto sul suo blog dalla cugina.

Con una mano premuta in bocca è stata costretta a salire su una vecchia Dacia Logan rossa. Da allora non ci sono più notizie di lei.

Musulmana praticante, figlia di un’americana e di un siriano, Amina ha vissuto a lungo negli Stati Uniti. Era tornata in Siria nell’estate 2010 e stava lavorando a un libro autobiografico. Sul suo blog raccontava con franchezza e a volte con ironia la vita di una ragazza omosessuale in Siria, dove l’omosessualità è considerata un reato come in gran parte dei Paesi arabi. Scriveva: “Devo fare qualcosa di coraggioso e visibile. Io posso, perché ho doppia cittadinanza e parenti con ottimi contatti politici”.

In uno degli ultimi post, datato 5 giugno, si legge: “Prima di ogni preghiera del venerdì seguiamo nuovi riti dell’abluzione. Tengo le unghie sufficientemente corte in modo che, se dovessero prendermi, non possano strapparmele via”, in riferimento al trattamento riservato, secondo gli attivisti, ad alcuni ragazzini arrestati nella regione di Daraa. “Ogni venerdì scrivo sul braccio il mio nome, gli estremi della carta d’identità e il numero di telefono. Scrivo lo stesso in inglese e in arabo sul petto e sulla schiena di mio padre. E così lui fa a me… Se io o lui dovessimo morire e se dovessimo finire in una fossa comune, quando ci dissotterreranno qualcuno saprà cosa ne è rimasto di noi”.

Su internet è partita la mobilitazione per liberarla: la pagina Facebook Free Amina Abdalla ha già più di diecimila sostenitori. Anche se sempre da internet nascono alcuni dubbi sull’esistenza o meno di Amina, su quanto del suo blog sia verità o fiction, sulla presenza di qualcuno che possa testimoniare che una ragazza sotto il nome o lo pseudonimo di Amina esista davvero in Siria.

Intanto Amnesty International ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di condannare la brutalità delle forze di sicurezza siriane nei confronti dei manifestanti in uno dei week-end, l’ultimo, più sanguinosi degli ultimi mesi.
L’organizzazione per i diritti umani è a conoscenza dei nomi di 54 persone presumibilmente uccise dalle forze di sicurezza sabato 4 e domenica 5 giugno.

Il venerdì precedente, il 3 giugno, si era svolta probabilmente la più grande mobilitazione in Siria, con manifestazioni in duecento località e proteste galvanizzate dal brutale decesso di Hamza al-Khateeb, un ragazzo di 13 anni che sarebbe morto a causa delle torture subite mentre si trovava in detenzione segreta.
Amnesty ha redatto una lista di 986 persone uccise dalle forze di sicurezza siriane nelle ultime undici settimane.

La votazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla violenta repressione in Siria dovrebbe aver luogo questa settimana. Il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha però ribadito che il suo Paese è contrario a un’eventuale mozione di condanna contro la Siria: “Il Consiglio di Sicurezza e la comunità internazionale sono già rimasti intrappolati nella situazione della Libia”. Nel momento in cui fu varata la no fly-zone sulla Libia la Russia non oppose il veto alla risoluzione Onu numero 1973 e scelse di astenersi.

Da Londra, invece, una dura condanna contro il regime siriano, la più dura dichiarazione sulla Siria rilasciata dalla Gran Bretagna da quando sono iniziate le proteste nel paese mediorientale. “Il presidente Assad sta perdendo la legittimità e dovrebbe fare le riforme o lasciare“, ha detto il ministro degli Esteri britannico William Hague in parlamento, aggiungendo che Londra e i partner europei stanno valutando la possibilità di imporre altre sanzioni contro il governo siriano, se le violenze continueranno.

Soldati uccisi a Jisr al-Shughour (AP Photo/Amateur Video)

Soldati uccisi a Jisr al-Shughour (AP Photo/Amateur Video)


Guarda Il mondo questa settimana (5-11 giugno) di Panorama.it in una mappa più grande
  • simona.santoni
  • Mercoledì 8 Giugno 2011

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