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Cultura israeliana a Milano: ecco perché boicottarla non ha senso

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  • Tags: Generazione Tel Aviv, Israele, Palestina. Unexpected-Israel
  • 6 commenti
Salatim, tipico aperitivo israeliano (credits: Anna Momigliano)

Salatim, tipico aperitivo israeliano (credits: Anna Momigliano)

Anna MomiglianoLunedì si inaugura a Milano, in Piazza Duomo, Unexpected Israel, una kermesse di eventi culturali volti a diffondere la conoscenza dell’arte, della letteratura e della musica israeliana: un lato di Israele che, come suggerisce il titolo, “non ci si aspetta”, visto che normalmente di questo Paese si sente parlare solo a proposito di politica e (molto peggio) di guerra. So che diverse persone, che si riconoscono prevalentemente nel campo filo-palestinese, hanno chiesto al neo-eletto sindaco Giuliano Pisapia di cancellare la manifestazione, con una lettera pubblicata su il manifesto. Francamente, rispetto le loro opinioni, ma non le capisco. Come può, chi dice di sostenere le ragioni dei palestinesi, opporsi in modo così radicale a quella che dovrebbe essere un’occasione di dialogo?

L’obiettivo di Unexpected Israel è fare capire che “Israele non è solo conflitti, guerre e preghiera”, ha detto Yoram Gutgeld, curatore dell’evento. Tra i vari appuntamenti, sono previsti un concerto di Noa (al secolo Ahinoam Nini, cantante peraltro da tempo impegnata a favore del processo di pace), una mostra a Palazzo Reale, un’installazione in Piazza Duomo, una serie di incontri con scrittori israeliani, una mostra di design e alcuni incontri organizzati con la Camera del Commercio sul tema dell’acqua (Israele si trova prevalentemente in una zona desertica ed è considerato a un Paese all’avanguardia nella gestione e nel risparmio delle risorse idriche).

I firmatari della lettera pubblicata sul quotidiano romano, tra cui compaiono associazioni come Rete Ebrei contro L’Occupazione, Un Ponte per…,  Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese, sostengono che “la Milano della Resistenza, dell’antifascismo creativo di uguaglianza tra tutti gli esseri umani e di libertà, di pace e di progresso, non può ospitare la celebrazione di una Stato, Israele, che si è macchiato di simili delitti e persiste nell’oppressione dei suoi cittadini non ebrei e dei palestinesi sotto occupazione militare o rinchiusi in campi profughi da ormai 63 anni”.

Ora, chi segue questo blog sa che, spesso e volentieri, le politiche dello Stato israeliano non mi piacciono per nulla. E che sono convinta che serva una maggiore attenzione verso le condizioni di vita dei palestinesi. Anche se non sono d’accordo con tutte le accuse mosse dai firmatari della lettera, certamente l’occupazione militare dei Territori palestinesi è un fatto gravissimo, che la comunità internazionale e la stessa Italia fa bene a denunciare.

Detto questo, la kermesse non è un evento volto a giustificare l’occupazione dei Territori palestinesi, né altri aspetti della politica israeliana. E, se portato avanti in modo onesto, come mi auguro, non dovrebbe essere uno strumento di propaganda tout court.

Il fatto è che Israele – nazione ridotta a una macchietta non solo dai suoi nemici ma talvolta anche dai suoi sostenitori – ha bisogno di essere conosciuto per quello che è: non solo un Paese in guerra, ma anche una nazione dalla creatività artistica e dal potenziale tecnologico fuori dal comune.

Quando dico che Israele è “ridotto a una macchietta non solo dai suoi nemici ma anche dai suoi sostenitori” intendo questo. I filo-palestinesi sono sempre pronti a dare addosso a chiunque abbia anche lontanamente a che fare con Israele, anche se non è minimamente responsabile della politica di questo Stato (vedi gli attacchi alla cantante Noa): questa intolleranza a priori è un’assurdità.

D’altro canto anche molti sedicenti filo-israeliani vedono Israele come una nazione di eroi senza macchia armati fino ai denti, non come un Paese di gente normale, che lavora, vive, soffre e gioisce come tutti gli altri, anche se in condizioni più difficili che altrove: anche questa forma di imperialismo culturale che offende il popolo israeliano, come l’ha definita lo scrittore Joel Schalit, è un’assurdità.

Se c’è qualcosa che mi aspetto da Unexpected Israel, è che metta in difficoltà entrambe queste forme di assurdità. Spero di non sbagliarmi.

—

Anna Momigliano è una redattrice di Studio, bimestrale di attualità culturale. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher

  • annamomigliano
  • Venerdì 10 Giugno 2011

Vedi anche:

  • Joel Schalit: "Cari filo-israeliani, imparate a conoscere Israele"
  • Cari israeliani, fate bene a studiare l'arabo
  • Essere mamma a Gaza. Il racconto di Laila El Haddad, corrispondente di Al Jazeera
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Commenti

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Il 11 Giugno 2011 alle 22:06 indigesto ha scritto:

Gentile Dottoressa, ad un certo punto del Suo articolo dice: “(Israele) ha bisogno di essere conosciuto per quello che è: non solo un Paese in guerra, ma anche una nazione dalla creatività artistica e dal potenziale tecnologico fuori dal comune.” Ora, chiunque possieda un minimo di informazione sa perfettamente che noi occidentali dobbiamo la nostra civiltà prevalentemente a quel popolo che chiamiamo Ebreo, secondo le due direttrici che vanno dalla grande Diaspora alla diffusione del Cristianesimo, iniziata qualche decennio prima ma comunque di matrice ebraica, che ha consentito, nei secoli, alla Chiesa di Roma (restata unico baluardo della romanità) opera di mediazione tra le orde dei barbari venuti dal nord e ciò che rimaneva della civiltà e degli ordinamenti dei popoli della penisola, garantendone in qualche modo la sopravvivenza. Se volessimo, poi, ricordare l’apporto in ogni campo degli ebrei d’Italia e d’Europa, dalla scienza, alle arti ed alla cultura in genere, non basterebbe un volume intero. Non dico certamente queste cose a Lei, ma può darsi che qualche lettore del manifesto, capitato qui per caso e che probabilmente nemmeno sa di Marx, venga colto dalla curiosità e s’informi a dovere.
A Lei mi permetto di far notare che non basta definire lo Stato d’Israele un Paese in guerra, ma piuttosto un Paese costretto alla guerra, cominciata, in pratica con l’aggressione nel ‘67 dei paesi arabi confinanti, a cui furono sottratti territori in parte restituiti, e che l’attuale situazione di stallo, comunque raggiunta, è soprattutto nella responsabilità di quei paesi arabi che non ne vogliono riconoscere l’esistenza ed anelano alla sua scomparsa dalla cartina geografica, ponendo in atto continue aggressioni, procurando in tal modo non irrilevanti sofferenze a quel popolo, fatto, come giustamente Ella dice, di cultura, di arte e di scienza, ma soprattutto di esseri umani che hanno il sacrosanto diritto di vivere in pace!
Ecco, messa così com’è, mi auguro che l’improvvido lettore del manifesto si faccia qualche domanda in più, e che rifletta, soprattutto! Cordiali saluti.

Il 13 Giugno 2011 alle 13:21 annamomigliano ha scritto:

Caro Indigesto,

credo che le sue parole riflettano esattamente tutto quello che Unexpected Israel cerca di contrastare.

Il punto di eventi del genere è che a “farsi qualche domanda in più”, come dice lei, non siano solamente i soliti nemici di Israele, ma anche soprattutto gli amici che magari amano Israele ma non lo conoscono per niente.

Vede? Mi è bastato mettere il nome “Israele” che lei si è subito lanciato in un discorso sulla Chiesa Cattolica e guerra del 67. Ebbene, Israele è anche molto, molto altro. Accetti un consiglio, se può vada a vedersi almeno la mostra fotografica.

cordialmente,
AM

Il 13 Giugno 2011 alle 19:41 hector ha scritto:

ottimo articolo! spesso israele e palestina sono ridotti a macchietta, ma bisogna vivere in questi posti per conoscerne a pieno la realtà.
in effetti devo constatare ke mi è difficile trovare blogs di persone ke vivono in israele, più facile e trovarne di persone ke vivono in palestina

(x gestione e risaprmio dell’acqua si intendeva risparmiarla ai palestinesi?)

Il 14 Giugno 2011 alle 18:09 indigesto ha scritto:

La ringrazio, innanzitutto, gentile Dottoressa, per la lavata di testa.
Purtroppo la Storia dei popoli poggia da sempre sulle sofferenze dei medesimi, di cui raramente gli storici ne offrono traccia, così come raramente son portati a interrogarsi sulle ragioni dei vinti.
Non credo, personalmente, che vi sia, o vi sia stato, mai popolo al mondo da “declassare” a macchietta; è un esercizio indegno che lascio ad altri. E sono in molti, purtroppo. Sempre molto cordialmente. NR

Il 15 Giugno 2011 alle 6:01 anna.one ha scritto:

“…in effetti devo constatare ke mi è difficile trovare blogs di persone ke vivono in israele, più facile e trovarne di persone ke vivono in palestina”

hahahahah ke spiritoso, hector made a funny!

Hey, hector, mi permetta di consigliarle questo blog di una persona veramente in gamba che vive in Israele..non Jordan o Gaza Strip e West Bank….

http://carolineglick.com/

Il 15 Giugno 2011 alle 12:54 annamomigliano ha scritto:

Caro Indigesto, mi fa piacere che abbia capito quello che intendevo dire e che non si sia offeso.

Hector, è in cerca di blog israeliani? Presumibilmente, in inglese.

Dunque, questo è molto interessante anche se l’autrice al momento si trova in Egitto
http://lisagoldman.net (molto Tel Aviv)

poi c’è questo
http://jerusalemgypsy.blogspot......com/ (molto Gerusalemme)

sì può cominciare con questi due, poi la via dei link è infinita

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