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Caos arabo: le ragioni alla base del dissenso - L’INTERVISTA

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  • Tags: Caos arabo, il mio iran, Libano, Mesogea, Riccardo Cristiano, rivolte islam, Samir Kassir
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(Credits: Ansa - Epa/Nabil Mounzer)

(Credits: Ansa - Epa/Nabil Mounzer)

Farian SabahiHanno colto tutti di sorpresa, ma le rivolte arabe erano davvero imprevedibili? È da questa premessa che parte Riccardo Cristiano, giornalista Rai che ha lavorato a lungo in Medio Oriente e ha curato il saggio Caos arabo. Inchieste e dissenso in Medio Oriente pubblicato dall’editore siciliano Mesogea.

Con quale criterio ha scelto i contributi del volume?

L’idea mi è venuta a Beirut, partecipando alla cerimonia conclusiva del premio giornalistico Samir Kassir, il grande giornalista libanese che a mio avviso è il primus inter pares tra i padri culturali di queste rivolte, che non nascono nella politica ma nelle società. Mi ha sorpreso quanti giornalisti avessero partecipato al premio e ho cercato di contattarne alcuni, di avere da loro indicazioni su altri lavori.

Il metodo quindi direi che è stato molto artigianale. Per esempio Carole Kerbage, che ha vinto il premio Samir Kassir, mi ha mandato altri suoi articoli e così è presente con tre lavori, davvero ottimi a mio parere. Se quello che ho trovato è po’ il prodotto di una ricerca approssimativa o occasionale, diciamo così, è chiaro però che ho seguito un criterio preciso, quello di cercare inchieste su tematiche sociali. Perché mi interessava presentare i problemi sociali di quelle società letti da giornalisti che lì sono nati.

Quali sono, a suo parere, quelli particolarmente significativi e perché?

Il mio articolo preferito è quello su un bambino palestinese che in un campo profughi in Libano si procura il suo piccolo salario creando indirizzi e-mail per i suoi coetanei. Conosco bene il caporedattore di al-Hayat che ha offerto ai giovani scrittori palestinesi l’opportunità di raccontare l’inferno quotidiano dei campi profughi e credo che abbia fatto un lavoro eccellente, che meriterebbe di essere conosciuto da chiunque si interessi all’uomo.

Poi ho trovato sorprendenti alcuni aspetti delle inchieste sui diritti dei lavoratori, anche se sarebbe meglio parlare di diritti negati ai lavoratori, a cominciare da quello ad ammalarsi. Ma non posso non citare gli articoli, tutti anonimi, sulla violazione dei diritti umani in Siria: semplicemente inaudito.

Il saggio parte da Mohammad Abouzizi, il giovane tunisino classe 1984 che la mattina del 17 dicembre 2010 si è dato fuoco. Ancora non sappiamo quale esito avranno le proteste arabe nei diversi Paesi, ma si tratta davvero delle tappe di un’unica storia?

Ho deciso di scrivere questo libro, di raccogliere queste inchieste e di realizzare le interviste che le seguono e commentano perché da anni sono convinto che il dissenso abbia creato in quel mondo di certo variegato uno spazio comune arabo. Ora mi sembra che questo spazio comune arabo, per libertà e la dignità, sia sotto i nostri occhi.

Perché il 25 agosto 2010 è stato un giorno emblematico?

Guardi, le cose sono andate così. Il 25 agosto 2010 stavo scrivendo l’introduzione del libro. Mi sveglio e leggo che mentre i terroristi uccidevano i passanti per dimostrare che gli americani non si ritiravano da vincitori, la gente cercava un filo d’acqua potabile e di corrente elettrica perché dopo tanti anni di occupazione americana quei problemi non facevano che aggravarsi ulteriormente; mi sono detto, “eccoli qua, terrorismo e colonialismo all’opera insieme!” Poi ho letto il principale quotidiano arabo, l’egiziano al-Ahram che ,a differenza di qualsiasi giornale francese, americano, inglese, tedesco, non apriva con i fatti di Baghdad ma con le ridicole istruzioni nucleari di Mubarak e ho esclamato tra me e me: è proprio un giorno emblematico.

Beirut: capitale del Paese dei Cedri, un tempo “Svizzera del Medio Oriente”, ma anche la città da cui è partita la primavera araba. Quando e perché, Riccardo Cristiano?

Il 14 marzo del 2005, quando hanno costretto i siriani a ritirare soldati e proconsole dal Libano. Il dato interessante di questa primavera non è il costituzionalismo né la pacificità della protesta, questi tratti sono già presenti nelle altre grandi rivolte, a partire dai tempi del costituzionalismo ottomano. Il fatto nuovo, rispetto al Novecento, è che la rivolta non è contro le potenze coloniali, ma contro regimi arabi, nazionali e a volte nazionalisti. E la prima del genere è stata quella libanese, alimentate dalle idee di Samir Kassir e avviate con l’assassinio di Rafik Hariri.

Nel volume lei cita Marcel Khalife. Perché questa scelta?

Dal giorno in cui ho avuto fortunosamente l’occasione di conoscerlo, a Beirut, ho comprato tutti i suoi cd, man mano che li ho trovati in commercio. Il suo sodalizio con Mahmoud Darwish, che ha scritto molti dei versi che lui ha messo in musica, mi sembra uno dei più importanti per tutto il Mediterraneo. Al punto che in questo libro ho fatto un errore, ho attribuito a Khalife un verso notissimo di Darwish. Per la passione umana e libertaria che ho finito con l’attribuire a Khalife mi sembrano suoi anche i versi che canta, sebbene quelli siano del grande poeta palestinese.

Minoranze e dissidenti finiscono, da sempre, nel mirino dei dittatori arabi. Qual è la situazione in Siria, paese dove molte persone sono scomparse?

Purtroppo non vado in Siria da tempo, ma credo che le notizie parlino da sole. Il fatto che tutto sia cominciato perché gli uomini di Assad hanno torturato dei bambini che cantavano come una canzoncina, a scuola, lo slogan di chi protesta,e che per questo li abbiano seviziati al punto da strappargli tutte le unghie, dice molto.

Ancora di più lo dice il fatto che formalmente il regime siriano è “nemico” degli americani e dell’Occidente, al contrario di quello di Mubarak ad esempio, ma della Siria i nostri governanti e i nostri giornali, stranamente, non dicono niente. Forse ha ragione quel parente di Assad che ha detto che senza stabilità in Siria non c’è stabilità neanche nei paesi vicini. Il Medio Oriente è il posto ideale per capire la teoria degli opposti estremismi.

—

Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere


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  • farian
  • Lunedì 13 Giugno 2011

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