Mancano due settimane all’inizio del processo di transizione che vedrà sette aree dell’Afghanistan assicurate al controllo esclusivo delle forze di Kabul. Un test importante per misurare la capacità di polizia ed esercito afghano di affrontare gli insorti anche senza l’intervento diretto degli alleati ma fondamentale anche per valutare la fattibilità del progressivo disimpegno dei soldati della Nato.
Un test che riguarderà anche Herat, capoluogo dell’omonima provincia e dell’Afghanistan occidentale posto sotto il comando italiano.
L’attentato contro la base italiana del Provincial reconstruction team, il 30 maggio scorso, è stato interpretato come un tentativo di sabotare il processo di passaggio dei poteri. “Un’azione rivolta contro la città simbolo della transizione nella regione ovest, un attacco simile a quelli che hanno già toccato molte città dell’Afghanistan, Kandahar, la regione nord” ha dichiarato il generale Carmine Masiello, alla testa della brigata paracadutisti Folgore e di 8 mila militari alleati, per metà italiani, schierati nell’Ovest afghano.
Masiello sottolinea i progressi effettuati nel settore della sicurezza. “Due anni fa, quando si entrava in determinate aree si combatteva, mentre oggi gli insorti si limitano per lo più a seminare sulle strade ordigni improvvisati senza mostrare una grande capacità offensiva. Gli attentati sono sempre possibili, ma il distretto di Herat è pronto per la transizione che più tardi riguarderà l’intera provincia”.
Un passaggio al quale “stiamo già lavorando concentrando le operazioni di sicurezza e di ricostruzione a favore dei civili nei distretti più periferici con l’obiettivo di sottrarre la popolazione all’influenza degli insorti come prevede la strategia population centric“.
Il miglioramento delle capacità operative e organizzative della polizia di Herat è stato del resto dimostrato proprio dall’attacco suicida del 30 maggio che ha provocato 5 morti e 35 feriti tra gli afghani e il ferimento di 5 militari italiani.
Gli agenti sono intervenuti in pochi minuti e in una manciata i giorni hanno arrestato una dozzina di sospetti, inclusi due capi degli insorti che stavano progettando un nuovo attentato contro un ufficiale della polizia di frontiera.
“Gli arrestati sono tutti originari di Herat e dintorni ma sono stati addestrati a Qetta, in Pakistan” ci dice il generale Sayed Aqa Saqheb, che guida oltre 2 mila agenti attivi nella provincia, ricevendoci nel suo comando di fronte alla Moschea Blu. Secondo il maggiore Rahim Panjeshiri, capo della divisione antiterrorismo, la cellula è stata smantellata ma non si può escludere che altre cerchino di entrare in città.
I sensibili miglioramenti nelle capacità operative e investigative della polizia sono in buona parte merito dei carabinieri italiani che dall’anno scorso affiancano e consigliano gli uomini di Saqheb e lo stesso generale con i Police Operational Mentoring Liaison Team. Squadre di consiglieri composte da uomini delle forze d’èlite della Seconda Brigata Mobile dell’Arma e guidati dal maggiore Antonio Bruno che schiera parte dei suoi uomini anche nella provincia di Farah, al comando della locale polizia.
Nonostante i risultati Bruno sottolinea che nel supporto alla polizia locale “c’è ancora molto da fare” e del resto l’avvio della transizione non significa che gli italiani lasceranno in tempi brevi Herat ma semmai che ridurranno l’impegno di forze militari per accrescere l’attività di istruttori e consiglieri.
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Gianandrea Gaiani, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa, collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio e Libero ed è opinionista del Giornale Radio RAI e Radio Capital. Ha scritto “Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane”.
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- Mercoledì 15 Giugno 2011


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