“La situazione è ogni giorno più difficile. Scontri e violenze non accennano a diminuire, e la gente ha sempre più paura”. Il gesuita Paolo Dall’Oglio, autore del saggio Innamorato dell’Islam, credente in Gesù (Jaca Book), vive da trent’anni in Siria, nel monastero di Mar Musa, 80 km a nord di Damasco. Qui, sulla cima di una montagna nel deserto, guida una comunità nota per il dialogo tra culture e religioni, che nelle ultime settimane, mentre in tutto il Paese infuria la rivolta, continua ad accogliere giovani che salgono lassù per ritrovare speranza.
Le ultime notizie parlano di un possibile intervento Onu: servirebbe?
Se si tratta di un intervento armato come in Libia, certamente no. La pressione militare spingerebbe solo il regime a rischiare il tutto per tutto per conservare il potere, con l’appoggio dell’Iran. Rischiamo una guerra civile da 200 mila morti, e la perdita dell’unità nazionale.
Che cosa potrebbero fare, dunque, l’Onu e l’Occidente?
Intanto offrire ospitalità alla dignità ferita dei rifugiati. E poi essere meno di parte. Sa che cosa pensano molti siriani? Che qualunque intervento sarebbe dettato dagli stessi interessi inconfessabili che spingono l’Occidente a chiudere gli occhi di fronte alle violenze di Israele verso gli arabi palestinesi e i siriani del Golan.
I siriani non credono nella democrazia?
Certo. Ma alcuni temono che oggi sia un cavallo di Troia per introdurre un’agenda altrui che non rientra nei nostri interessi nazionali. Come in Iraq. Quando dici democrazia, i siriani pensano al carcere di Abu Ghraib e ai diritti negati ai palestinesi.
Come si può uscire dalla crisi?
Io vedo solo due strade, da combinare in un’unica soluzione. La prima, ma la speranza va affievolendosi, è che il presidente Bashar al-Assad sia il protagonista di una mutazione democratica e che, sul modello del Cile di Pinochet e della Polonia di Jaruzelski, la vecchia guardia lasci il potere senza ulteriori spargimenti di sangue.
La seconda?
Una mediazione del Brasile, l’unico interlocutore ben accetto a Teheran, il grande alleato di Damasco: non è allineato con la Nato, e i vertici brasiliani hanno già collaborato con la Turchia per risolvere la crisi nucleare iraniana. Inoltre, da generazioni tanti siriani sono emigrati laggiù. Il Brasile può offrire la chiave giusta.
—
Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
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- Giovedì 16 Giugno 2011


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