
Uno dei giornalisti di Radio Bayan West, a Herat, nell'Ovest dell'Afghanistan (Foto: Ufficio pubblica informazione Regional command west - Vincenzo Di Canio)
Una radiolina a manovella può essere la via d’uscita dall’isolamento. Per capire l’importanza che la radio ha in Afghanistan, come mezzo di comunicazione e scolarizzazione, basta tornare indietro di un paio di generazioni italiane, a prima della televisione. La radio è il mezzo più ascoltato nel Paese asiatico, in molti villaggi e zone rurali, dove mancano l’elettricità e le strade, è anche l’unico. Tv e giornali non possono arrivare, nella stessa città di Herat i quotidiani vengono consegnati il giorno successivo all’uscita. Meno di un afgano su due sa leggere e scrivere e nonostante i progressi fatti dopo la fine del regime talebano solo la metà dei bambini va a scuola (le bambine sono appena il 30% degli alunni nelle aule). Anche per questo le forze Isaf e la Cooperazione italiana hanno distribuito migliaia di radioline che si ricaricano a manovella nei villaggi più lontani dai centri urbani.
Nella provincia di Herat ci sono una ventina di radio locali. Da un anno a Camp Arena, la base del contingente militare italiano e sede del comando della Regione Ovest dell’Afghanistan, affidato all’Italia, ci sono gli studi di Radio “Bayan” (“parlare” in lingua dari) West. È la sede regionale dell’emittente della missione Isaf, che ha il quartier generale a Kabul. Bayan West trasmette per metà del tempo in lingua dari e per metà in lingua pashtu, ci lavorano tre giovani giornalisti afgani e la gestione è affidata i militari italiani del 28esimo reggimento di Pavia. “Diamo notizie locali, ma anche nazionali ed estere – spiega il tenente Fenesia Calluso, giornalista, riservista dell’esercito e responsabile editoriale dell’emittente –, abbiamo diverse rubriche dedicate alle donne e agli adolescenti, che qui spesso sono sposati. Cerchiamo di dare spazio alle good news su scuole, agricoltura, salute. La radio in Afghanistan è in molti casi l’unico modo per informarsi su ciò che avviene nel Paese e in questo senso fa da collante per la popolazione”.
A microfoni spenti il confronto tra colleghi su affinità e differenze non manca. “Per me è uno scambio costante – continua la riservista –. Lavoro con giovani laureati, che rappresentano l’Afghanistan di transito. È come se fossero in bilico tra due epoche e due visioni del mondo, hanno visto i talebani, guardano al futuro, il passato però li tieni imbrigliati. Sono su Facebook, tramite Internet conoscono il mondo occidentale, ma non dicono a un altro uomo il nome della propria moglie e non la fanno andare al mercato da sola. Ne parliamo spesso, mi spiegano che sanno perfettamente che non è giusto, ma che se andassero controcorrente tutti parlerebbero male della loro consorte. Io stessa ho faticato, in quanto donna, a farmi considerare come ‘capo’. Riconoscono comunque il ruolo della radio nel progresso del loro Paese e ci lavorano con entusiasmo”.
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- Lunedì 20 Giugno 2011

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