Secondo alcune fonti il presidente yemenita, Ali Abdullah Saleh, rientrerà a Sanaa venerdì e riprenderà in pieno le attività presidenziali. La notizia, già anticipata lunedì da un’indiscrezione dell’agenzia Ria Novosti, è stata confermata ieri. Ma sono in molti a dubitarne.
Nel frattempo si ragiona su che cosa sia cambiato in questi mesi. Abbiamo sentito al telefono Jamila Ali Raja. Già consulente del ministero degli Esteri, Jamila è in prima linea nell’addestrare le altre donne spiegando quali siano i loro diritti. Ma non è facile: “Gli estremisti ci minacciano con la jambia (il pugnale ricurvo che gli uomini tengono in vita, ndr) ma noi yemenite restiamo in piazza per dimostrare contro il regime corrotto di Saleh”.
Con 23 milioni di abitanti e un migliaio di dollari di reddito medio pro-capite all’anno, lo Yemen è il più povero tra i Paesi arabi: il 41,8% della popolazione vive sotto la soglia di povertà (2$ al giorno) e un terzo soffre la fame cronica.
Al potere dal 1978, il presidente Saleh ha promesso un aumento di 47$ nelle buste paga di dipendenti pubblici e militari, ma non è servito. E anche le donne hanno i loro motivi per protestare: non hanno autonomia legale e sono minori a vita, sotto la tutela di un guardiano che decide per loro, il tasso di mortalità per parto è il più alto nella regione, la violenza domestica non è reato e in parlamento siedono solo tre deputate.
Eppure, sull’onda lunga delle rivolte le donne sono riuscite a uscire dal cono d’ombra e si è innescato un processo di cambiamento. Per questo il Paese della regina di Saba non è più lo stesso rispetto a quando ci sono stata una prima volta, poco dopo l’11 settembre.
Per amore (di un italiano) avevo indossato il velo, lasciando scoperto il viso e le mani che però bastavano ad attirare l’attenzione. Un giorno, poco prima dell’ora di pranzo, tornai a casa prima del mio compagno perché, a 2.250 metri sul livello del mare, nella capitale yemenita l’acqua ci mette di più a bollire. Il guardiano dello stabile dove ci trovavamo chiamò un taxi e salii sul sedile posteriore, ma anziché badare al traffico il conducente si girava continuamente: a Sanaa le donne che girano a viso scoperto si contano sulle dita di una mano.
Il giorno dopo venne a prenderci un autista per visitare i villaggi vicino alla capitale. Aveva dodici figli, tutti dalla stessa moglie. La media era sette pargoli a donna, oggi siamo scesi a cinque. Dopo l’escursione incontrai il ministro alla Sanità mentre con altri uomini masticava il qat, un alcaloide che dà un senso di euforia e provoca forme di dipendenza. Lo Yemen è povero di petrolio e anche di acqua, assorbita in gran parte proprio dalle coltivazioni di qat, il cui consumo prosciuga pure le finanze famigliari. L’economia non regge la crescita demografica e con il ministro azzardai una discussione sul controllo delle nascite, ma lui sentenziò che “far tanti figli è segno di virilità”.
Nello Yemen, unica repubblica della penisola araba, ho notato che la poligamia è praticata da coloro che hanno studiato all’estero e hanno un buon lavoro: le donne costano, e permettersi più di una sposa è un lusso per pochi. E ho toccato con mano la segregazione femminile: a casa di un medico laureato in Inghilterra la giovane moglie era reclusa in cucina, con i figli piccoli e la servitù (rigorosamente al femminile). Mi è stato consentito salutarla ma nessuno degli altri ospiti – maschi – l’ha incrociata. È difficile che quella donna, in una villa arroccata su un colle poco distante da Sanaa, possa scendere in strada a manifestare.
Paradossalmente, nel Paese delle spose bambine, dove solo il 31% delle femmine viene iscritto alla prima elementare, a scatenare le proteste a metà febbraio è stata una donna: 32 anni, sposata e madre di due figli, Tawakkol Karman è giornalista e direttrice dell’associazione Donne senza catene. È stata tra le prime a finire in cella, ma la pressione popolare ha obbligato le autorità a rilasciarla. Anche perché in Yemen l’onore di famiglie, clan e tribù si gioca sul corpo delle donne. Dopo di lei, tante altre sono scese in piazza, facendo di necessità virtù nel momento in cui padri, fratelli e mariti sono stati arrestati.
Alle istanze di democrazia, queste donne aggiungono la richiesta di maggiori diritti per sé. Preso alle strette anche dall’altra metà del cielo, il presidente Saleh le accusa di non essere delle “buone musulmane” perché scese in strada a fianco degli uomini, infrangendo il tabù della segregazione femminile. Per protestare contro queste affermazioni, decine di migliaia di yemenite hanno partecipato alle dimostrazioni di piazza, esprimendo il loro risentimento anche in località lontane dalla capitale perché “accusarci è una vergogna, dopotutto le donne hanno partecipato alle conquiste musulmane“.
“Discutere di emancipazione femminile è azzardato e forse dovremmo accontentarci di parlare di partecipazione“, osserva Jamila Ali Raja. Non sappiamo come andrà a finire ma, conclude l’attivista, “non vogliamo essere usate per far numero nelle dimostrazioni. Per garantirci maggiori diritti nel lungo periodo chiediamo di avere un ruolo nel riscrivere la costituzione“.
—
Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
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- Mercoledì 22 Giugno 2011


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