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Stati Uniti: condanna a morte per un minorato mentale

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  • Tags: Barack Obama, Corte-Suprema, minorato mentale, obamamania, pena morte, Stati Uniti, Texas
  • 2 commenti
Il carcere di Huntsville (Credits: LaPresse/David Phillip)

Il carcere di Huntsville (Credits: LaPresse/David Phillip)

Michele Zurleni

Milton Mathis aveva collezionato già da un piccolo una serie di insuccessi scolastici che avevano fatto dire ai suoi insegnanti che quel ragazzino nero della Contea di Fort Bend, profondo Texas, aveva sicuramente dei grossi limiti cognitivi e di apprendimento.

Era stato bocciato in prima e quinta elementare e un paio di volte alle medie prima di lasciare la scuola all’età di 14 anni. Da allora in poi aveva vissuto, come migliaia di altri suoi coetanei delle fasce meno abbienti della popolazione, più di espedienti, più di disillusioni sul lavoro che del tentativo di costruirsi una professione.

Aveva fatto l’aiuto cuoco, l’aiuto meccanico, il manovale. Tutto questo fino a quella mattina del 15 dicembre del 1998, quando Milton uccise due persone, due uomini, e ferì gravemente una terza, una donna (che poi rimarrà paralizzata) mentre si trovava in un’abitazione privata, considerata dalla polizia un luogo di spaccio di droga. Secondo gli inquirenti, fu una rapina finita male. Mathis raccontò che uno dei due uomini gli aveva sparato prima che lui, a sua volta, gli sparasse in testa.

Un anno dopo, nel 1999, Milton Mathis venne condannato alla pena capitale. Tre anni dopo quella sentenza, la Corte Suprema degli Usa decise che eseguire condanne a morte di persone ritenute minorate mentali era solo una “crudele” punizione.

Gli avvocati di Milton si appellarono a quella decisione della più alta corte di giustizia americana per tentare di salvare il loro assistito. E iniziarono l’iter per dimostrare che Milton non poteva salire sul patibolo. Tirarono fuori dal fascicolo i risultati di un test sul Quoziente di Intelligenza, deciso dal Texas Department of Corrections, che il detenuto aveva fatto nel 2000. Il livello raggiunto da Mathis era ben inferiore a quello richiesto dagli standard applicati in diversi stati degli Usa.

Ma quel test non fermò la macchina dell’esecuzione. Nel 2005, una corte texana rigettò il ricorso degli avvocati, affermando che l’intelligenza di Miltion Marthis era normale, la “tipica” intelligenza di un criminale di strada. I legali non si arresero, ma ogni tribunale interpellato in seguito diede loro torto, che fossero corti statali o federali. A mettere la parola fine a questa odissea giudiziaria è stata la Corte Suprema che, martedì scorso ha rigettato l’ultimo ricorso, l’ultima istanza dei legali.

L’ultima speranza era però nella mani di Rick Perry. Una speranza veramente flebile visto che  il governatore repubblicano del Texas è il governatore che nella storia moderna degli Usa ha fatto eseguire il maggior numero di condanne a morte: 230 (in una decina di anni).

E, infatti, Rick Perry ha fatto pollice verso. Prima di morire all’età di 32 anni, di cui più di dieci trascorsi in carcere, Milton Mathis ha detto un paio di parole sul sistema che aveva deciso di mandarlo a morte.

“Non uccidiamo minorati mentali, quello è solo una ragazzo che ha tentato di fare il furbo”, è stato il commento di un portavoce del governatore. Aveva dei forti limiti mentali, aggravati dal pesante uso di droghe in giovane età, è stata al risposta di Steven Rocket Rosen, il primo avvocato di Milton.

Comunque sia la vita di Milton Mathis è terminata alle 6 e 53 di un’alba texana, nel braccio della morte del carcere di Huntsville.

Nonostante la senteza della Corte Suprema, secondo le associazioni per i diritti civili, altre esecuzioni capitali di altri minorati mentali sono state eseguite in questi anni. Come nel caso di Daniel Lee Bedford, giustiziato in Ohio nello scorso maggio. I suoi avvocati affermavano che fosse afflitto da demenza e che non fosse in grado di capire il perché stava per essere ucciso con una iniezione letale. Ma la Macchina della Morte non si è fermata.

Come non l’ha fatto nel caso di Frank Spisak, la cui sentenza di morte è stata eseguita sempre in Ohio, ma due mesi prima di quella di Bedford. Uccise tre persone non per odio, ma perché malato mentale da tempo, hanno detto prima (inutilmente) e dopo (sconsolati) i suoi avvocati.

In un momento in cui diversi stati degli Usa hanno deciso una moratoria delle esecuzioni, i casi di Mathis, Bedford e Spisak fanno riflettere.

—

Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori

  • michele.zurleni
  • Mercoledì 22 Giugno 2011

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Commenti

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Il 22 Giugno 2011 alle 21:19 anna.one ha scritto:

Sii,un’altro “povero” ragazzo, che pena, ma alle vittime chi ci pensa?

La “una donna (che poi rimarrà paralizzata) ” era una ragazzina di 15 anni, nel 1998 il presunto ritardato uccise due uomini, paralizzo’ una quindicenne e solo perché non aveva più pallottole non uccise anche la madre della ragazzina, brucio’ la casa, dopo averla saccheggiata e, più tardi, disse ad un fellow inmate che voleva “ucciderli tutti”, già, premeditazione, altro che ritardato.

Comunque la clausola di ritardo mentale ha lo scopo di impedire l’esecuzione di quelli che veramente sono incapaci di capire le loro azioni, non degli zucconi/pelandroni/drogati che vengono bocciati a scuola e, siccome non riescono ad ottenere, con il sudore della loro fronte, le necessità quotidiane, si sentono in dovere di prendersele ugualmente.

Immagino che tutti quelli dei “flash mobs” che imperversano oggi, specie a Chicago, sono..ritardati! La scusa non regge.

Il 23 Giugno 2011 alle 14:00 indigesto ha scritto:

In ogni caso è l’insistere con la pena di morte che fa riflettere!
Basterebbe decretare la morte civile del condannato con un “habeas corpus” in senso letterale, ben oltre il significato attribuito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. I costi del mantenimento, ad essere rigidi, potrebbero essere assegnati ad eredi e parenti prossimi. Si risponderebbe così, con un atto di civiltà sociale, ai tanti di atti “inciviltà” dei singoli.

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