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I semi di girasole di Ai Weiwei (Credits: EPA/ANDY RAIN)
“Ai Weiwei è stato liberato su cauzione per aver confessato i suoi crimini, per le sue condizione di salute, e per aver confermato di essere disposto a ripagare le imposte che l’azienda da lui gestita, la Beijing Fake Cultural Development Ltd., avrebbe evaso”. Sono queste le motivazioni che hanno portato, ieri, all’inattesa scarcerazione di Ai Weiwei, l’ormai famosissimo architetto-blogger-dissidente arrestato il 3 aprile scorso all’aeroporto di Pechino poco prima dell’imbarco per Hong Kong.
Dopo aver ottenuto la conferma della scarcerazione, Ai Weiwei ha mandato un sms al suo avvocato, Liu Xiaoyuan, con scritto “sì, sono libero“. Poi, una volta accompagnato a casa dalla famiglia, ha liquidato la stampa con un commento stringato: “sono di nuovo con la mia famiglia, Sono felice e sto bene. Ma vi prego, non chiedetemi commenti sulla mia detenzione. Almeno non ora”, ha riportato il Guardian.
Niente interviste, quindi, anche perché Ai Weiwei è solo “momentaneamente libero su cauzione“. Le indagini relative alle accuse che hanno portato al suo arresto non sono ancora state archiviate, anzi, continueranno per almeno un anno. E per questi dodici mesi all’artista è stata concessa libertà di movimento e di parola (dal punto di vista cinese, naturalmente) solo all’interno della città in cui vive. Per potersi spostare all’estero così come in qualsiasi altrà località della Repubblica popolare dovrà chiedere un’autorizzazione speciale al giudice, che in questo modo aiuterà Pechino a tenere sotto controllo tutti i suoi movimenti.
Con una scarcerazione a seguito della quale Ai Weiwei è sì libero, ma di fatto controllato a vista dal regime, Pechino ha ottenuto tre risultati: ha salvato la faccia, ha fatto credere a tutti coloro che si sono mobilitati all’estero per la liberazione di Ai Weiwei di aver vinto la loro battaglia, e ha dimostrato ai cinesi che in Cina “la giustizia trionfa sempre“, visto che, dopo aver confessato il crimine, l’imputato è stato liberato. Ai Weiwei non è certo la persona che per sua volontà può decidere di rimanere in silenzio abbandonando per sempre la linea del dissenso. Ma chissà se, almeno per i prossimi 12 mesi, non sceglierà di mantenere un basso profilo per mettersi un po’ più al sicuro. Nel frattempo, sembra stia per finire l’incubo della reclusione anche per il cugino e l’autista arrestati con lui 81 giorni fa.
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Claudia Astarita è docente di Relazioni Internazionali dell’Asia Orientale presso l’Università di Bologna. Scrive approfondimenti sull’Asia per Panorama.it, Economy, Il Secolo XIX, East. Ha lavorato quattro anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L’Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama.
- Giovedì 23 Giugno 2011


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