
(Credits: Ap Foto/Nasser Nasser)
Piazza Tahrir non trova pace. Il luogo simbolo delle manifestazioni anti-Mubarak è tornato ad essere il cuore della protesta contro il governo ad interim dei militari. E gli scontri continuano.
Sarebbero già più di un migliaio i feriti. Proprio come durante le giornate della rivoluzione contro l’ “ultimo Faraone” Hosni Mubarak, anche oggi Il Cairo è scossa dalle proteste. La polizia è tornata in piazza in tenuta anti-sommossa e le strade sono state invase dalla fitta coltre dei lacrimogeni.
La miccia delle proteste è esplosa durante la giornata della memoria delle vittime di Piazza Tahrir. Secondo le testimonianze dei manifestanti, la polizia avrebbe impedito ad alcuni attivisti di prendere parte alla cerimonia per ricordare gli 800 morti della recente rivoluzione. Le autorità di sicurezza, però, sostengono che non c’è stato alcun divieto e che i poliziotti hanno in realtà cercato di tenere lontani gli infiltrati, ancora fedeli all’ex presidente.
Difficile stabilire dove sia la verità, fatto sta che Piazza Tahrir è tornata al (recente) passato, tra barricate e slogan di protesta. I manifestanti questa volta non chiedono la testa del Faraone, ma la realizzazione delle promesse fatte dall’esercito all’alba del cosiddetto “nuovo Egitto”. Riforme costituzionali, accelerazione economica ed elezioni. Questi i punti cardine dell’Egitto “liberato”, ma per ora nulla è stato realizzato e la sensazione è quella di un’estrema lentezza e di un pericoloso allungamento dei tempi.
Le elezioni, che avrebbero dovuto tenersi entro settembre, sono state invece posticipate a dicembre. I ragazzi di Piazza Tahrir denunciano tutta la loro frustrazione per le modalità con cui l’esercito sta gestendo questa fase transitoria. E i controlli sulla “verginità” delle donne sono stati additati più volte anche da Amnesty International, ha accusato il governo ad interim dei militari di usare metodi inaccettabili e fuorilegge.
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Anna Mazzone è giornalista, vive a Roma ma sogna di trasferirsi a Istanbul. E’ direttore della rivista Formiche e collabora con il quotidiano Il Riformista, per il quale scrive di Giappone, Turchia e Caucaso.
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- Giovedì 30 Giugno 2011


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Commenti
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Il 30 Giugno 2011 alle 16:03 nicksergio ha scritto:
i militari,anche quelli meno beceri(in Egitto si sono spesso rifiutati di sparare sulla folla in protesta…)sono sempre espressione di ceti conservatori..pur essendo laici come in Turchia,avrebbero assai piacere di “tutelare il paese”per un altro pò di mesi,in attesa di riforme ed elezioni sempre più lontane…
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