Ho letto questa storia un mesetto fa e ho riflettuto prima di raccontarvela. Si tratta di una lettera scritta da sei ex ambasciatori di Paesi europei che negli ultimi dieci anni hanno trascorso un periodo della loro carriera in Iran, dove hanno avuto modo di seguire la crisi sul nucleare tra la Repubblica islamica e la comunità internazionale.
I loro nomi sono noti (e non solo agli addetti ai lavori). Si tratta del britannico Richard Dalton, dello svedese Steen Hohwü-Christensen, del tedesco Paul von Maltzahn, del belga Guillaume Metten, del francese François Nicoullaud e dell’italiano Roberto Toscano.
Questi personaggi sono partiti dai cambiamenti che negli ultimi mesi hanno sconvolto il Medio Oriente (non solo quello arabo): i regimi perdono consenso, l’incertezza ci condiziona ma al tempo stesso offre nuove opportunità. Anche all’Occidente, a quell’Occidente che vorrebbe avere l’ultima parola su tutto. Anche sul programma nucleare iraniano.
In termini di diritto internazionale, l’Europa e gli Stati Uniti non potrebbero fare granché nei confronti di Teheran perché il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite può intervenire, adottando le sue risoluzioni, solo in caso di “minacce alla pace”.
Ma – si chiedono gli ex ambasciatori a Teheran - che cos’è una minaccia alla pace? E’ forse l’arricchimento dell’uranio nelle centrifughe iraniane? Questa è indubbiamente un’attività che fa sollevare le sopracciglia, perché avviene in un Paese particolare e in una regione ad alto rischio. Le preoccupazioni sono legittime e – osservano gli ex ambasciatori – l’Iran ha il dovere morale (e la necessità politica) di rispondere ai suoi interlocutori.
Ma in principio nessun punto del diritto internazionale o del Trattato di non proliferazione proibisce l’arricchimento dell’uranio. Oltre all’Iran, sono tanti i Paesi che arricchiscono l’uranio senza per questo essere accusati di “minacciare la pace” del pianeta. Inoltre, in Iran questa attività è sottoposta alle ispezioni dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, in virtù di una serie di accordi stipulati negli anni Settanta.
Il braccio di ferro tra i vertici di Teheran e l’Aiea è andato avanti anni, ma finora – insistono i diplomatici - l’Agenzia dell’Onu non ha scoperto alcuna diversione di materiale nucleare a scopi militari.
Dove sta la minaccia alla pace paventata dai nemici dell’Iran? Nel tentativo di costruire la bomba atomica? L’ipotesi ha riempito le pagine dei nostri giornali, ma non sembra avere alcuna base tant’è che a febbraio il direttore dell’intelligence statunitense James Clapper ha dichiarato al Congresso che “continuiamo a dichiarare che l’Iran lascia aperta l’opzione di sviluppare armi nucleari… Ma non sappiamo se prima o poi l’Iran deciderà di costruire armi nucleari… Continuiamo a giudicare che la decisione iraniana sul nucleare è guidata da un’analisi tra costi benefici e questo permette alla comunità internazionale di influenzare Teheran”.
Tanti esperti, anche in Israele, pensano che l’Iran sia lì lì per costruire l’atomica ma per ora ne faccia a meno. Anche qui – osservano i sei ambasciatori europei – gli iraniani non violano il trattato di non proliferazione. Altri Paesi sono nella situazione dell’Iran e nessuno sembra farci caso. Spesso si legge della mancanza di fiducia verso Teheran, della scarsa volontà di negoziare seriamente, e quindi della necessità di far intervenire il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come accaduto nel 2006.
Ma – insistono i sei ambasciatori europei – nel 2005 l’Iran era pronto a discutere il tetto massimo di centrifughe e a mantenere il livello di arricchimento ben al di sotto di una certa soglia (quella necessaria a scopi nucleari). Inoltre, Teheran era pronta a mettere in atto il protocollo addizionale firmato con l’Aiea. Protocollo addizionale che permetteva agli ispettori dell’Agenzia di ficcare il naso un po’ ovunque, anche nei siti non dichiarati. Ma – ricordano i diplomatici - in quell’occasione europei e americani volevano obbligare l’Iran ad abbandonare totalmente il suo programma di arricchimento. E per questo anche i negoziati di Istanbul di fine gennaio 2011 sono andati a monte.
L’obiettivo “zero centrifughe in Iran” non è realistico e impedisce alla diplomazia di far passi avanti. Il dilemma che si pone è il seguente: dobbiamo dare legittimità a questo presidente iraniano, o non faremmo meglio ad attendere il suo successore prima di procedere a una nuova apertura?
Il dilemma è legittimo, ma non dimentichiamo che la politica internazionale condiziona le scelte dell’opinione pubblica iraniana. Sarebbe opportuno – concludono gli ex ambasciatori – mantenere il dito puntato sulle violazioni dei diritti umani in Iran cercando, al tempo stesso, di risolvere la questione delle prolificazione nucleare. Perché in ballo non c’è solo la stabilità dell’Iran, ma quella di un’intera regione.
—
Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
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- Martedì 5 Luglio 2011


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Commenti
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Il 5 Luglio 2011 alle 17:18 anna.one ha scritto:
Certo, l’Iran é un libro aperto..
http://www.youtube.com/watch?v.....qRZloms83Y
..a parte il fatto che é il maggior stato sponsor del terrorismo internazionale, Hamas, Hezbollah, Al Qaeda etc. ora la mullahfia senza ombra di dubbio é stata colta con le mani nella marmellata in Iraq e Afghanistan, causando gli USA di concentrare finalmente, tutta l’attenzione su di essi.
Già, l’Iran, non é in violazione del NPT, chissà perché l’UN ha passato le res. 1696 e 1737, poveri, incompresi iranians!
Il 6 Luglio 2011 alle 16:26 anna.one ha scritto:
Nel frattempo la vita per gli esiliati parenti di Reza Shah Pahlavi continua..
http://www.iranian.com/main/bl.....ion-photos
:)
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