In Bahrein l’opposizione ha accettato di partecipare al dialogo nazionale, pur nella consapevolezza di poter ottenere ben poco rispetto alle richieste iniziali. Secondo il Financial Times la decisione è stata presa su consiglio della diplomazia statunitense e di quella britannica perché non ci sarebbero altre opportunità all’orizzonte: di fronte alla repressione di regime nei confronti degli sciiti, non ci sono alternative.
Come altrove nel mondo arabo, anche in Bahrein l’opposizione è eterogenea anche se meglio organizzata rispetto ad altri Paesi. La capitale Manama ha infatti una lunga tradizione sindacale che risale ai primi del Novecento.
Oggi all’opposizione vi sono due grandi partiti: al-Wefaq (il principale partito sciita) e il Waad (un partito laico di sinistra, il cui leader è stato recentemente condannato a cinque anni di carcere). Secondo il quotidiano britannico, a convincerli a partecipare al dialogo nazionale sarebbero stati Londra e Washington che non vogliono essere biasimati per l’appoggio al regime di Manama.
In Bahrein, la repressione di regime ha messo in imbarazzo soprattutto gli americani che nell’arcipelago hanno la loro quinta flotta. A metà marzo i sauditi avevano mandato a Manama i carri armati e le truppe speciali, per dar manforte ai mercenari al soldo della dinastia sunnita al-Khalifa.
Le proteste sono state così soffocate nel sangue e le organizzazioni in difesa dei diritti umani hanno denunciato le numerose violazioni ai danni soprattutto della classe media, composta da professionisti, insegnanti e medici di fede musulmana e appartenenti al ramo sciita.
Se, a distanza di mesi, il regime ha cominciato il dialogo nazionale è perché gli americani li hanno convinti a muoversi in questa direzione. Una decina di giorni fa, re Ahmad bin Issa al-Khalifa ha anche deciso di dare avvio a una commissione internazionale per indagare sulle proteste che a febbraio e marzo sono costate la vita a una trentina di persone. La commissione è guidata da Cherif Bassiouni, un esperto di crimini di guerra che lavora per le Nazioni Unite e fa base negli USA. Un esperto che dovrebbe essere in grado di fare un buon lavoro, imparziale.
Nel frattempo, il re del Bahrein ha dato ordine di chiudere i tribunali militari e di giudicare i tanti imputati (centinaia di attivisti politici e medici arrestati durante la repressione) nei tribunali civili. Secondo l’opposizione, le truppe saudite stanno anche – gradualmente – lasciando l’arcipelago.
Detto questo, viene da domandarsi quanto sia credibile il dialogo nazionale. Secondo molti analisti si tratterebbe di uno specchietto per le allodole: nelle elezioni parlamentari del 2010 il partito sciita al-Wefaq aveva ottenuto il 60 percento dei voti, ma nel dialogo nazionale avrà soltanto 5 rappresentanti (su 300).
Secondo l’opposizione, il dialogo nazionale rischia così di trasformarsi in un luogo in cui vari esponenti della società civile del Bahrein si faranno avanti con le loro petizioni al sovrano, come alla corte di antichi sovrani. E quindi in modo del tutto diverso rispetto all’auspicata partecipazione popolare, in cui le diverse voci possono farsi sentire, esprimendo le loro opinioni. Il Bahrein merita qualcosa di più di questo dialogo: servono riforme politiche, vere. Ed è in questa direzione che dovrebbe lavorare la diplomazia internazionale.
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Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
- Lunedì 11 Luglio 2011


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