Non piacciono a nessuno (tranne forse a questo governo israeliano) e di certo non aiutano il processo di pace (ammesso che di processo di pace si possa parlare, visti i tempi). Ma, se vogliamo affrontare la questione seriamente, dobbiamo ammettere che non sono l’ostacolo principale. Possono essere uno degli ostacoli ma, credetemi, ci sono questioni molto più serie da affrontare. Sto parlando degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, o meglio delle colonie ebraiche nelle zone adiacenti a Gerusalemme Est. Un argomento che si trascina da anni, ma su cui è importante ritornare ora che si sta aprendo in dibattito in vista del voto dell’Assemblea Generale Onu, che il prossimo 20 settembre potrebbe sancire la dichiarazione di indipendenza unilaterale di uno Stato palestinese.
Ricapitoliamo: l’Autorità nazionale palestinese (Anp), ossia quella forma di semi-autogoverno provvisorio (che ormai tanto provvisorio non è, visto che sta lì dal 1993, vuole dichiarare unilateralmente l’indipendenza). E per fare questo chiederà una risoluzione all’Assemblea generale Onu, che comunque non avrà conseguenze sul campo se non convalidata anche dal Consiglio di Sicurezza.
L’Anp sostiene di essere costretta ad agire in modo unilaterale perché non riesce a raggiungere un accordo con Israele, visto che i negoziati si sono arenati. E, sempre secondo l’Anp, i negoziati si sarebbero arenati a causa dell’espansione degli insediamenti ebraici adiacenti a Gerusalemme Est.
Ora, prima che qualcuno si scaldi più del dovuto, metto in chiaro una cosa: questo articolo non vuole essere – e su questo punto ci tengo alla massima chiarezza – un’apologia delle colonie israeliane. Non mi piacciono e non dovrebbero stare lì. Punto.
Ma, francamente, questa storia degli “insediamenti che sono l’ostacolo principale al processo di pace” proprio non regge. Tanto per cominciare perché non stiamo parlando della costruzione di nuove colonie, bensì dell’espansione di insediamenti già esistenti. E, per quanto illegali e simbolicamente aggressive, le colonie recentemente espanse (quasi tutte vicine a Gerusalemme) non stravolgono più di tanto la geografia attuale. E in secondo luogo (cosa molto più importante) perché di questioni serie ce ne sono molte altre.
Lo ha spiegato, molto meglio di me Eliot Abrams, ex vice consigliere americano per la Sicurezza Nazionale, in un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista per “addetti ai lavori” Foreign Affairs. Intitolato, non a caso, l’Ossessione per gli Insediamenti. Ecco il paragrafo più importante:
Le attuali costruzioni negli insediamenti non sono una questione critica e l’espansione delle costruzioni verso nuovi territori è stata minima. A Camp David, nel 2000, Ehud Barak ha offerto al leader palestinese Yasser Arafat il 94 per cento della Cisgiordania. Dieci anni dopo, Ehud Olmert ha offerto ad Abu Mazen il 93,4 per cento, con una serie di scambi territoriali. Quindi è chiaro che l’espansione delle colonie non ha “mangiato via” in modo significativo il territorio di un eventuale Stato palestinese.
Esistono questioni molto più serie di cui occuparsi, rispetto a un temporaneo congelamento [delle colonie]: più precisamente, il futuro degli insediamenti ebraici se e quando uno Stato palestinese sarà fondato, l’impatto che le azioni [delle associazioni dei coloni] potrebbero avere sul raggiungimento di questo obiettivo e il conflitto tra l’ideologia dei coloni e quello del Sionismo maggioritario.
Da notare che Abrams parla di “scambi territoriali.” Un’espressione recentemente utilizzata anche da Barack Obama. E a proposito di scambi territoriali e di confini, queste sì che sono questioni serie.
—
Anna Momigliano è una redattrice di Studio, bimestrale di attualità culturale. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher
- Mercoledì 13 Luglio 2011


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