
Rifugiati somali tra Somalia e Kenya (Credits: AP Photo/Rebecca Blackwell)
La peggiore crisi umanitaria da anni a questa parte. La più violenta carestia e siccità da 60 anni. Il peggio in Somalia pare non avere fine. Dopo oltre 20 anni di guerra civile, dopo la “stretta” sulla popolazione compiuta dagli estremisti islamici Al Shabaab con l’introduzione di una sharia (la legge islamica) particolarmente intransigente, dopo la cacciata di ogni organizzazione umanitaria dal Paese, 10 milioni di persone secondo i dato Onu sono state toccate dalla crisi. 500 mila i bambini.
E così Al Shabaab ha ceduto e ha dovuto ritirare l’ostracismo che aveva colpito tutti gli occidentali a partire dal 2009. Via libera all’ingresso delle organizzazioni umanitarie nel Paese. Pochi giorni fa, 5 tonnellate di cibo e medicinali sono giunte a Baidoa, nel centro dello Stato, sotto i vigili occhi delle formazioni estremiste che controllano l’area.
Mentre anche la Gran Bretagna stanzia oltre 80 milioni di dollari in aiuti, gli Usa destinano cospicui fondi a Uganda e Burundi, i due Paesi che reggono le sorti della Somalia. Sono infatti ugandesi e burundesi gli 8 mila caschi verdi dell’Unione Africana che proteggono a Mogadiscio il Governo Transitorio Somalo.
Se infatti l’attenzione della comunità internazionale è rivolta alla crisi umanitaria, c’è chi da tempo guarda al Corno d’Africa per altri motivi. L’intelligence Usa è particolarmente attenta all’evoluzione dei rapporti fra Al Shabaab e le formazioni estremiste yemenite.
I due Paesi sono infatti accomunati da alcune caratteristiche: governi fragili (praticamente inesistente nel caso somalo), vasti e poco controllati territori, logiche clanico-tribali che dilaniano politica e società civile. Le condizioni ideali per installare basi e costruire campi di addestramento per terroristi globali.
Il caso somalo poi è particolarmente complesso. Recentemente The Nation, settimanale Usa, ha rivelato che da tempo agenti della CIA opererebbero in territorio somalo con basi segrete e addirittura un aeroporto e una prigione. Insomma, occhi puntati sull’ex colonia italiana.
Anche da parte dell’Italia che da tempo destina aiuti al Governo Transitorio somalo. Ma una recente visita lampo a Mogadiscio del sottosegretario agli esteri Alfredo Mantica promette di aprire una pagina nuova nella storia dei rapporti italo-somali. Secondo Mantica entro fine anno l’Italia aprirà una rappresentanza diplomatica a Mogadiscio.
Notizia “bomba”, a dir poco: ”Ho effettuato un sopralluogo per ispezionare la zona identificata”, ha detto Mantica, sottolineando di aver “concordato” la riapertura dell’Ambasciata d’Italia a Mogadiscio e di contare ”di aprirla entro la fine dell’anno”. Secondo Mantica, ”l’apertura dell’ambasciata d’Italia è un importante messaggio al governo somalo che non è solo a lottare contro gli Shabaab”.
Vero atto di coraggio quello italiano, considerando che Mogadiscio resta una città dal tasso di pericolosità senza pari al mondo. Chi scrive, nel settembre 2009, evitò per 48 ore un devastante attacco terroristico nel cuore del campo dell’Unione Africana Amisom, considerato il luogo più sicuro della Somalia.
Anche Gran Bretagna e Unione Europea starebbero valutando l’ipotesi dell’apertura di una rappresentanza. Forse la diplomazia sarà il primo passo per ridare alla Somalia la pace che merita. Ma a Mogadiscio tutto può accadere. Un giornalista somalo un giorno disse: “Per sopravvivere a Mogadiscio devi essere paranoico. Perché può accadere qualsiasi cosa”. Anche di vedere sventolare nuovamente il tricolore italiano.
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Giampaolo Musumeci fotografo, giornalista e videoreporter si occupa di guerre e questioni africane. Collabora con giornali, radio e tv italiane e internazionali, tra cui SkyTg24, Channel4, Independent, Die Zeit. Su Radio24 conduce il programma di attualità internazionale “Nessun luogo è lontano”
- Martedì 19 Luglio 2011


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