Centoventi giorni, trascorsi tutti in mare se si esclude una breve sosta in porto. La portaerei italiana Giuseppe Garibaldi rientra oggi a Taranto dopo aver guidato per quattro mesi la flotta della Nato impegnata contro la Libia di Gheddafi. Un impegno caratterizzato dal controllo delle navi dirette nei porti libici ma anche dai continui raid effettuati dai 4/6 jet Harrier imbarcati che hanno bombardato per giorni e giorni le postazioni e i mezzi governativi.
Con quale intensità e quali risultati è infatti impossibile saperlo considerato l’assoluto silenzio che circonda il nostro impegno bellico contro le forze di Gheddafi e a sostegno dei ribelli soprattutto per quanto riguarda i raid dei jet di Aeronautica e Marina. La Garibaldi è stata l’unica nave portaerei assegnata alla flotta della Nato poiché statunitensi, francesi e britannici hanno mantenuto le proprie sotto l’esclusivo comando nazionale, a dimostrazione di come nel conflitto contro Tripoli ognuno dei principali protagonisti combatta la “sua guerra” e persegua suoi interessi nazionali.
“Non posso che essere estremamente orgoglioso di quello che ha fatto il Garibaldi” ha affermato il comandante delle forze navali alleate nell’operazione Unified Protector, ammiraglio Filippo Maria Foffi incontrando i giornalisti a bordo della nave ammiraglia. Di “bilancio estremamente positivo” ha parlato, senza entrare nei dettagli, anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa
Il ritiro della nave dalle operazioni, giustificato con l’esigenza di risparmiare denaro e ritirare forze come previsto dagli accordi tra PDL e Lega Nord è in realtà legato a ben altre motivazioni. Fonti ben informate riferiscono che i cacciabombardieri Harrier hanno esaurito le scorte di bombe e i missili di precisione anche a causa dell’intenso impiego bellico. Del resto lo stesso Pentagono aveva ammesso ufficialmente di aver dovuto fornire agli alleati europei munizioni e componenti di esse e per consentire ad alcuni partner della Nato di effettuare i raid sulla Libia.
Il ritiro della Garibaldi non comporterà infatti grandi risparmi. A bordo vi sono 640 uomini d’equipaggio che non hanno percepito neppure l’indennità retributiva prevista per chi svolge missioni belliche. Poiché la portaerei, il cui costo quotidiano d’impiego è di 135 mila euro, effettuava anche l’indispensabile servizio di recupero in territorio nemico di eventuali piloti di aerei abbattuti (il cosiddetto Combat SAR ) verrà rimpiazzata dalla nave per operazioni anfibie San Giusto che imbarca gli elicotteri necessari a garantire questa funzione.
A bordo del San Giusto vi sono 350 tra marinai, danti di Marina e personale di volo e la nave ha un costo d’esercizio pari a un terzo della portaerei. Neppure il ritiro degli Harrier comporterà forti risparmi poiché verranno rimpiazzati nelle missioni sulla Libia da jet dell’Aeronautica che decolleranno dalle basi. Difficile quindi credere che il ritiro della Garibaldi possa da solo consentire un risparmio così ampio come quello annunciato riducendo i costi per tre mesi di guerra dai 142 milioni del periodo 18 marzo/30 giugno ad appena 58 milioni da luglio a settembre.
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Gianandrea Gaiani, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa, collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio e Libero ed è opinionista del Giornale Radio RAI e Radio Capital. Ha scritto Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane
- Mercoledì 20 Luglio 2011


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