Sapeva che prima o poi questo giorno sarebbe arrivato: il premier israeliano Benyamin Netanyahu adesso deve fare i conti con il suo ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, una personalità forte e imprevedibile, nonché politicamente molto più sbilanciata a destra rispetto al “capo” Netanyahu. Oggetto dello scontro tra i due, la (per ora presunta) propensione da parte del primo ministro di riappacificarsi con la Turchia, e in particolare di porgere delle pubbliche scuse per la vicenda della Mavi Marmara.
Breve riassunto delle puntate precedenti. Nel maggio dello scorso anno la la spedizione navale Freedom Flottiglia, organizzata dalla International Humanitarian Development Organization, un’ong turca di ispirazione islamica, era salpata alla volta della Striscia di Gaza con l’obiettivo dichiarato di portare aiuti umanitari ai palestinesi e di sfondare il blocco navale alla Striscia. Tuttavia la Flottiglia fu bloccata dalla marina militare israeliana. In una delle navi, la Mavi Marmara, sono scoppiati degli scontri tra gli attivisti e la marina israeliana: il risultato sono stati nove morti tra gli attivisti, quasi tutti turchi, e alcuni soldati israeliani finiti in ospedale.
Il fatto, naturalmente, non ha fatto che esacerbare le relazioni tra Turchia e Israele, che già erano deteriorate parecchio negli ultimi anni, nonostante un tempo le due nazioni fossero grandi alleate. In parte a causa della cosiddetta “politica neo-ottomana” dell’attuale governo turco, che si basa sul miglioramento dei rapporti con i vicini Paesi arabi.
Ora, dato che il divorzio tra turchi e israeliani ha notevoli ricadute, sul piano economico, della difesa e delle relazioni internazionali (soprattutto per Israele, che ora più che mai è un Paese isolato nella regione del Medio Oriente), a Gerusalemme si sta diffondendo la voce, falsa o corretta, che il premier Netanyahu intenda scusarsi in qualche forma davanti al governo turco. A consigliare il primo ministro in questo senso sarebbe stato il procuratore generale Yehuda Weinstein: chiudere l’incidente della Mavi Marmara con mezzi diplomatici, sarebbe il modo migliore per evitare che Ankara dia il via a una procedura legale contro Israele per l’uccisione degli attivisti turchi. Questo almeno sarebbe il punto di vista del procuratore Weinstein. Ma poi ci sono altre questioni sul piatto: non si tratta solo di evitare un’eventuale causa internazionale, ma anche di salvare il salvabile in una relazione diplomatica cruciale.
Peccato che il ministro degli Esteri non sia affatto d’accordo. Lieberman ha attaccato frontalmente il premier Netanyahu, accusandolo di “avere dimostrato di non essere in grado di sopportare le pressioni”.
Una gatta da pelare in più per il primo ministro israeliano che, oltre a una difficile situazione internazionale e l’opposizione politica, deve anche vedersela con alleati di governo sempre più difficili da gestire. Tra questi c’è soprattutto Lieberman, capo del partito nazionalista Yisrael Beitenu (”Israele è casa nostra”, un nome è già tutto un programma), che all’indomani delle elezioni sembrava un potenziale amico fedele del più moderato il Likud, ossia il partito del premier. Invece, come prevedibile, Lieberman si è dimostrato per quello che è: non solo un falco, ma anche una prima donna pronto a farsi bello a scapito degli alleati, accusando chiunque non condivida la sua linea di essere privo di spina dorsale.
A questo punto è bene ricordare che, in Israele, la politica estera è stabilita e gestita principalmente dal premier, mentre il ministro degli Esteri ha una funzione più che altro rappresentativa. Ma questo non fa di Lieberman un personaggio meno scomodo (e imbarazzante) per Netanyahu.
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Anna Momigliano è una redattrice di Studio, bimestrale di attualità culturale. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher
- Venerdì 22 Luglio 2011


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