- Tags: Afhganistan, Belgio, burqa, il mio iran, niqab
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Il 23 luglio, in Belgio, è entrata in vigore la legge che vieta di indossare il burqa nei luoghi pubblici. Oggi verranno presentati gli emendamenti per emanare un provvedimento simile anche nel nostro Paese.
Innanzitutto, il burqa è un capo d’abbigliamento tradizionale, femminile, usato in Afghanistan e nei Territori del Nord-Ovest del Pakistan. Solitamente blu, copre testa e corpo. Può avere una retina che permette di vedere (in modo parziale e limitato) senza mostrare gli occhi.
E’ stato introdotto in Afghanistan all’inizio del Novecento, durante il regno di Habibullah. A metterlo erano le donne del suo harem e l’obiettivo era non indurre in tentazione gli uomini qualora si fossero trovate fuori dalla residenza reale. Era quindi un capo d’abbigliamento per i ceti superiori, e così sarà fino agli anni Cinquanta, quando poi si diffonderà anche nel resto dell’Afghanistan, diventando d’uso anche tra i ceti bassi. A quel punto, viene abbandonato dalle donne benestanti e nel 1961 – sull’onda di modernizzazione dall’alto che coinvolge anche il vicino Iran - ne viene vietato l’uso alle dipendenti del settore pubblico.
Quando il legislatore europeo discute di burqa intende in realtà il velo integrale, quello che copre la donna da capo a piedi, viso incluso. E quindi intende anche e soprattutto il niqab, ovvero quel capo d’abbigliamento di colore nero, diffuso soprattutto nei Paesi del Golfo e da una decina d’anni anche in Egitto. E proprio al Cairo, dal prestigioso ateneo sunnita al-Azhar, il leader religioso Tantawi ne aveva parlato male, definendolo “un capo d’abbigliamento tribale, che nulla ha a che vedere con l’Islam“.
In effetti, alla sura 24 versetto 31, il Corano invita le credenti ad abbassare gli sguardi, ad essere caste e a coprire le parti belle. Ma non impone un tipo particolare di velo né tantomeno il burqa o il niqab. E non è tradizione dell’Islam coprire il viso, tant’è che durante il pellegrinaggio alla Mecca proprio non lo si fa.
L’impressione è che in Belgio si faccia tanto rumore per nulla: le donne che indossano il velo integrale sono soltanto 270. A proposito della legge belga, il commissario per i diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa, lo svedese Thomas Hammarberg, ha dichiarato che tale provvedimento è “chiaramente diretto contro i fedeli di una religione, mette in ulteriore difficoltà le donne tagliandole fuori in misura ancora maggiore dall’insieme della società”. Insomma, se si vogliono veramente aiutare le donne musulmane le strade sono altre. E, come ad altre latitudini, passano necessariamente dall’istruzione, dall’occupazione e quindi dalla capacità di produrre un reddito.
L’Europa è bella perché varia. In Belgio si vietano il burqa e il niqab. Per ora in Italia indossarlo non è reato, se non dalle parti di Novara in seguito all’ordinanza municipale di un sindaco leghista. In Svezia una legge permette invece di manifestare per le strade anche con il passamontagna, e quindi da quelle parti sarà difficile invocare la pubblica sicurezza per impedire alle musulmane di coprire il volto.
La cosa curiosa? Personalmente, in tanti anni di vita in Italia, ho conosciuto una sola donna con il niqab integrale. Era italiana, nata da italiani, non era mai stata in un Paese musulmano ma aveva scelto l’Islam. E indossare quel velo integrale era il suo modo per esternare la fede che aveva abbracciato. Anche per questa giovane donna, come per il legislatore belga e per alcuni politici italiani, il velo è un simbolo. Resta da chiedersi se insistere tanto sui simboli non sia un modo per non affrontare questioni più serie.
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Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
- Lunedì 25 Luglio 2011


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