
10 tonnellate di cibo del Programma Alimentare Mondiale appena arrivate a Mogadiscio (Credits: AP Photo/Mohamed Sheikh Nor)
Come inquadrare la complessa crisi del Corno d’Africa? Cercando di individuarne i diversi livelli di lettura. Il primo: un contesto climatico di eccezionale emergenza, in parte previsto. La siccità e la carestia che hanno colpito il Corno d’Africa non hanno uguali, pare, da 60 anni a questa parte. Il numero delle vittime, incalcolabile. I profughi, decine e decine di migliaia, verso Kenya ed Etiopia. Secondo livello: la risposta internazionale. Tardiva, si è detto, e insufficiente. Terzo livello: la partita a scacchi giocata dalle superpotenze sul suolo africano. La Germania ha di recente accusato la Cina e la sua politica africana, per bocca dell’incaricato tedesco per l’Africa Guenther Nooke secondo cui lo sfruttamento agricolo intensivo praticato da alcune aziende cinesi nel Corno d’Africa è una delle cause della carestia nella zona.
“Non tutto quello che fa la Cina in Africa è cattivo. Ma consacrare tutta l’agricoltura alle esportazioni può portare a gravi conflitti sociali, se i piccoli agricoltori perdono le loro terre e quindi gli unici mezzi di sussistenza”.
E ancora, un quarto livello: la guerra che si combatte in Somalia. Due giorni fa sono atterrati a Mogadiscio i primi aiuti del Pam, il Programma Alimentare Mondiale, e sono subito ripresi gli scontri, rendendo impossibile distribuire gli aiuti anche in alcune zone della città, dove nell’ultimo mese i profughi sono circa 100.000.
Il Governo di Transizione somalo, che non manca mai di ottimismo, sostiene di aver conquistato terreno nella capitale e che ora le forze governative puntano a far ritirare gli Shabaab dallo stadio di Mogadiscio. Il portavoce della forza africana, il colonnello Paddy Ankunda, ha aggiunto che 41 miliziani si sarebbero arresi durante gli scontri.
Al Shabaab, nel frattempo, continua a non voler alcuno straniero, operatore umanitario o giornalista sul suolo somalo. Il divieto verso gli stranieri iniziò nel 2008 con una serie di omicidi mirati. Poi il veto si estese a tutte le organizzazioni umanitarie.
Per questo Charles Kenny su Foreign Policy ha parlato della carestia come di un crimine. Esistono responsabilità politiche. Non è solo un problema di piogge che non cadono. Per questo Kenny parla di crimini contro l’umanità e auspica che i responsabili finiscano di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia. I responsabili sono Al Shabaab, le milizie legate ad Al Qaeda, capaci di costruirsi una efficace rete di appoggi (e rifornimenti) anche all’estero. Combattenti stranieri arrivano da Afghanistan e Pakistan. Decine di somali con passaporto britannico o statunitense vanno ogni anno in Somalia per addestrarsi e combattere.
Un recente rapporto Onu denuncia, oltre ai finanziamenti dell’Eritrea agli estremisti somali attraverso le sue ambasciate in Kenya, un complotto per un attentato al summit dell’African Union ad Addis Abeba nel gennaio scorso, che evidenzierebbe una nuova strategia.
Il Paese guidato da Isaias Afewerki, uno dei più militarizzati al mondo, è da sempre in lotta con l’Etiopia per dispute mai risolte sui confini. Finanzia infatti anche gruppi ribelli etiopi. Ma ora emergerebbe una volontà di regionalizzazione del conflitto.
Così per risolvere una crisi umanitaria di queste dimensioni, che parte dalla Somalia, ma coinvolge Paesi vicini, occorre un forte sforzo politico. Non solo casse di cibo e medicinali. Serve la volontà della comunità internazionale di voler risolvere una volta per tutte la crisi somala. A tutti i livelli.
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Giampaolo Musumeci fotografo, giornalista e videoreporter si occupa di guerre e questioni africane. Collabora con giornali, radio e tv italiane e internazionali, tra cui SkyTg24, Channel4, Independent, Die Zeit. Su Radio24 conduce il programma di attualità internazionale “Nessun luogo è lontano”
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- Venerdì 29 Luglio 2011


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