I prossimi saranno anni durissimi per la Difesa italiana costretta a subire pesanti tagli finanziari in assenza delle necessarie riforme strutturali che potrebbero produrre maggiore efficienza. La Finanziaria prevede infatti che la Difesa, per la quale quest’anno sono stati stanziati poco più di 14 miliardi di euro, subisca tagli per 250 milioni nel 2012 e per 650 e 770 milioni nei due anni successivi. Nel complesso quasi 1,7 miliardi di tagli in tre anni che andranno a colpire soprattutto le capacità operative, l’addestramento, le manutenzioni e la possibilità di acquisire nuovi mezzi e materiali.
Con il 66 per cento del bilancio assorbito dalle spese per il Personale sarà infatti inevitabile tagliare le voci relative a Esercizio e Investimenti. Quest’ultima ha consentito negli ultimi anni di portare avanti programmi di acquisizione di armi ed equipaggiamenti nuovi grazie anche ai fondi extra bilancio messo a disposizione dal Ministero dello Sviluppo economico che quest’anno ha investito oltre 2 miliardi di euro in programmi militari.
Anche questo Dicastero non è sfuggito alle forbici di Tremonti che, anzi, sembrano accanirsi proprio sui ministeri guidati da Ignazio La Russa e Paolo Romani. Il Mise infatti subirà nei prossimi tre anni tagli per 4 miliardi di euro che si ripercuoteranno anche sulle commesse militari e quindi sulle commesse assegnate soprattutto all’industria nazionale.
Il risultato sarà il posticipo o la cancellazione di contratti per acquistare nuovi mezzi o ammodernare quelli in servizio mentre la carenza di fondi renderà quasi impossibile addestrare i reparti, le manutenzione e fare il pieno di carburante a veicoli, navi e aerei. Il peggioramento di una situazione già asfittica che vede oggi le forze armate addestrarsi e operare grazie ai fondi resi disponibili per le missioni all’estero, quest’anno poco più di 1,5 miliardi di euro in linea con quanto speso nei due anni precedenti. Paradossalmente, le forze armate non sono più uno strumento pronto a operare oltremare ma sopravvivono grazie alle missioni.
Non mancano le buone notizie parzialmente inficiate dal degenerare di una situazione generale che vede oggi l’addestramento al combattimento attuabile solo per i reparti destinati alle missioni oltremare. I 53 milioni di euro stanziati per arruolare giovani nelle Forze armate sono importanti per ottenere un corretto afflusso di reclute e disporre di reparti di fanti composti più da ventenni che da ultratrentenni. Nuove reclute significa però nuovo personale e quindi maggiori spese per stipendi e indennità in forze armate che non riescono a liberarsi di migliaia di ufficiali e sottufficiali in esubero e schierano oggi quasi 180 mila militari, più di Gran Bretagna e Germania ma con un bilancio pari a meno della metà di quello di Berlino e a un terzo di quello di Londra.
La Finanziaria prevede l’istituzione di uno “scivolo” in favore del personale militare in esubero che potrà essere distaccato presso uffici del ministero dell’Economia e Finanze. Un programma da estendere, ma in tempi brevi, anche ad altre amministrazioni pubbliche che a causa del blocco delle assunzioni non possono disporre di nuovo personale.
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Gianandrea Gaiani, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa, collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio e Libero ed è opinionista del Giornale Radio RAI e Radio Capital. Ha scritto Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane
- Venerdì 5 Agosto 2011


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Il 7 Agosto 2011 alle 11:24 giovannimartinelli ha scritto:
Premesso che le norme contenute nella manovra finanziaria appena varata non sono del tutto chiare, tanto che c’è chi sostiene che proprio i tagli non debbano essere sommati gli uni agli altri ma che i 769 milioni del 2014 rappresentano la cifra totale dei risparmi da ottenere nell’arco del triennio, anche volendo comunque adottare questa interpretazione (sicuramente meno pesante) poco cambia ai fini dell’analisi svolta dal Direttore.
Perché nella situazione attuale, cioè con uno strumento militare oramai stremato, anche se fossero “solo” 769 i milioni da tagliare è evidente che il risultato non potrà che essere catastrofico.
Anche perché è ovvio che questi tagli (che peraltro si vanno a sommare a quelli già previsti dalle manovre varate nei 2 anni passati e che potrebbero non essere neanche gli ultimi) verrebbero tutti imputati alla voce dell’esercizio (leggi formazione, addestramento e manutenzione dei mezzi) già fortissimamente sottocapitalizzata.
E analoghe inquietudini le destano gli analoghi tagli previsti al Ministero dello Sviluppo Economico che, come ricordato, negli ultimi anni ha garantito un prezioso (e consistente) flusso di risorse fresche con le quali garantire un adeguato rinnovamento dei mezzi e dei sistemi d‘arma.
Quale sarà dunque l’effetto finale?
Ammesso che si riesca a tenerlo in piedi anche in un prossimo futuro (e non è poi così sicuro), avremo comunque uno strumento militare con un numero sempre più ridotto di reparti e unità pienamente operativi (cioè a pieno organico e con una formazione/addestramento adeguati), con mezzi e sistemi d’arma sempre più vecchi (e sempre più bisogni di quella manutenzione che però non si potrà svolgere) e sempre più ridotte possibilità di introdurre in servizio nuovi materiali.
Situazione che, peraltro, non è molto differente da quella attuale se si pensa che, come riportato dal Direttore, solo i reparti destinati alle missioni all’estero riescono a disporre di una preparazione complessiva decente; tutto il resto sta, letteralmente, marcendo.
Esemplare in questo senso la situazione della componente corazzata dell’Esercito; come rivelato poco tempo fa dall’ex-Capo di Stato Maggiore della Difesa Gen. Camporini, visto che questa non viene in alcun modo impiegata in nessun contesto e visto che non ci sono risorse a sufficienza, si è deciso di sacrificarla. Migliaia e migliaia di uomini (stipendiati dal contribuente italiano), centinaia di mezzi corazzati (pagati dal contribuente italiano) sono lì a far niente per non spendere niente.
Qual è dunque l’unica soluzione possibile a questo punto: ridurre e riequilibrare il personale per ridurne le spese e convogliare così tali risparmi verso i capitoli di spesa in grave sofferenza, in particolare verso l’Esercizio.
Come ricordato, rispetto alle tabelle previsto dal modello a 190mila uomini, ci sono oltre mille ufficiali e circa 30mila marescialli in più di quanto previsto; e se consideriamo che, nei fatti, quel modello è già superato perché ormai di tempo ci si avvicinati a un livello 180mila uomini (tagliando però solo quei nuovi arruolamenti che invece sarebbero necessari), si può facilmente immaginare quale sia l’impatto economico di un tale disequilibrio.
Non solo, ridurre e riequilibrare il Personale garantirebbe poi ulteriori margini di risparmio su di una struttura che potrebbe dimagrire a sua volta.
Oltretutto non sarebbe neanche poi così difficile; basterebbe copiare qua e là quanto fatto da altri Paesi (anzi, da tutti gli latri Paesi) per riuscire a confezionare una riforma che sia in grado di dare le giuste risposte a problemi così evidenti.
Qual è allora il problema?
Semplice: il problema è di natura (quasi) esclusivamente politica.
Una politica impreparata, ignorante (nel senso letterale del termine), incapace di agire perché incapace di assumersi anche delle responsabilità.
Una politica inadeguata che risulta efficacemente (e tristemente) ben rappresentata dall’attuale titolare del dicastero della Difesa; un Ministro sempre più improbabile, sempre più imbarazzante, sempre più inadeguato.
Come si diceva, si dovrà ridurre (e di tanto) il personale, tanto che quel livello di 160mila uomini che spesso ha riecheggiato (con un taglio, pesante, di 30mila militari) appare adesso quello più realistico e, tutto sommato, l’unico in grado di far recuperare quelle risorse necessarie alla sopravvivenza dello strumento; si dovrà agire sulla ripartizione delle categorie, garantendo scivoli verso altre amministrazioni o qualsiasi altra forma d’intervento (perché la situazione è insostenibile alla luce dei numeri, basti pensare per esempio ai 500 Generali oggi in servizio!).
Si deve poi proseguire sulla strada di piena attuazione di quella riforma dei Vertici che (varata nell’ormai lontano a1997 ma mai portata a termine in maniera compiuta), prevedeva una maggiore integrazione interforze; processo che incede si è arrestato, anzi sta facendo dei passi indietro. E del resto non poteva che essere così, prive di una guida politica forte e capace, ogni Forza Armata stiamo tornando al vecchio cliché in base al quale ognuno pensa per sé.
Sia ben chiaro, soprattutto quello sul fronte del Personale, non sarà un intervento indolore; ridurre di una simile quantità il livello di forza delle Forze Armate significherà produrre degli effetti, ovviamente in negativo, sulle capacità complessive dello strumento militare.
Questo significherà fare altre scelte che (è giusto ribadirlo) spetterebbero ancora una volta alla politica.
Dunque, è arrivata l’ora di agire; di più, agire presto e bene.
Perché una cosa è certa (e bisogna ribadirlo con forza): la situazione è già insostenibile ora, e non potrà che peggiorare ancora con nuovi tagli.
Quindi non si tratta neanche di dover decidere se intervenire o meno; occorre farlo e basta!
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