
Giovani donne birmane (Credits: AP Photo/Khin Maung Win)
Da quando è stato calcolato che saranno circa 24 milioni, nel 2020, gli scapoli creati da trent’anni di rigida applicazione della legge del figlio unico e di preferenze personali a tenere in vita i maschi piuttosto che le femmine, i trafficanti di uomini della Repubblica popolare hanno trovato un buon metodo per incrementare i loro guadagni: comprare donne in Myanmar.
Fino a qualche tempo tra le nazioni da cui proveniva la maggior parte di spose adolescenti figurava anche la Corea del Nord. Del resto, più i paesi sono poveri più è facile reclutare donne “consenzienti”. Oggi, anche come conseguenza del rafforzamento delle misure di sicurezza sul confine coreano, le giovani del Myanmar vengono spedite anche nelle province nord-orientali della Cina. Come è capitato, ad esempio, ad Aba, che a soli 12 anni è stata strappata alla famiglia e venduta, per 20.000 yuan -circa 2.000 euro, a una signora cinese desiderosa di iniziare a sfruttare il più presto possibile le doti della futura nuora. Aba, infatti, quando è stata comprata era ancora troppo giovane per il matrimonio, ma la famiglia cinese ha deciso di tenerla ugualmente tre anni per farsi aiutare nella fattoria, prima di darla in sposa al figlio ventenne.
Una Ong thailandese che lavora per riportare a casa queste ragazze ha calcolato che circa il 25% delle spose vendute ha meno di 18 anni. Questo perché le famiglie chiedono ragazze giovani per essere più sicure che possano avere dei figli. Poi, una volta raggiunto l’obiettivo, capita anche che decidano di rivenderle ad altre famiglie a un prezzo di favore o di inserirle nel mondo della prostituzione. Particolarmente umiliante è il momento della vendita: dopo aver imbambolato le ragazze permettendo loro, nella maggior parte dei casi per la prima volta nella vita, di mettersi dei vestiti graziosi e di essere ben truccate e pettinate, le portano nei parchi in cui, mentre loro giocano fingendosi fotomodelle, i genitori cinesi le osservano per scegliere quale comprare. I prezzi oscillano tra i 600 e i 4.000 euro, a seconda dell’età e della bellezza.
A salvare Aba sono state la giovane età e l’incoscienza della “sua” famiglia cinese a reclutare troppo personale illegale per svolgere i lavori della fattoria. Una mattina, infatti, nel corso di un controllo della polizia per verificare che i lavoratori immigrati disponessero di documenti regolari, Aba è riuscita a farsi notare e a denunciare di esserne sprovvista, solo per essere portata via. Non essendo ancora ufficialmente la sposa del figlio, la famiglia non ha potuto protestare anzi, è stata persino costretta a pagarle un compenso di 2.000 euro per il lavoro svolto nei tre anni precedenti.
Purtroppo, però, il caso di Aba rappresenta più l’eccezione che la regola, visto che la maggior parte delle donne vendute ai cinesi ha a disposizione solo il suicidio per uscire dall’inferno in cui i trafficanti di uomini hanno trasformato le loro vite.
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Claudia Astarita è docente di Relazioni Internazionali dell’Asia Orientale presso l’Università di Bologna. Scrive approfondimenti sull’Asia per Panorama.it, Economy, Il Secolo XIX, East. Ha lavorato quattro anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L’Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama.
- Martedì 9 Agosto 2011


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