Mentre la crisi economica mondiale imperversa, al Fondo monetario internazionale il governo del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha riscosso un successo, passando come riformatore in ambito economico: di fronte alle sanzioni internazionali, il presidente iraniano ha affrontato la crisi implementando un ardito programma di riforme economiche che i suoi predecessori (e le monarchie petrolifere del Golfo) non avevano ancora osato. Per anni il leader supremo Ali Khamenei non aveva infatti permesso di cancellare i sussidi, perché “avrebbero potuto destabilizzare l’economia della Repubblica islamica”.
Quali riforme ha messo in atto il presidente Ahmadinejad? A gennaio 2011 il suo governo ha tagliato i sussidi ai prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari. Una mossa che - nonostante gli inviti dell’Fmi - non ha precedenti nella regione, dove da decenni i regimi barattano i diritti politici dei loro sudditi con prezzi bassi per benzina e generi alimentari.
L’obiettivo del governo Ahmadinejad? Risparmiare 60 miliardi di dollari l’anno. E redistribuire ricchezza, perché i sussidi all’energia andavano sia ai poveri sia ai ricchi. Ora, invece, ai ceti bassi vanno sussidi diretti in denaro di circa 40 dollari al mese, denaro che serve a bilanciare l’aumento dei prezzi al consumo (l’inflazione è a due cifre, ufficialmente al 14%) e le sanzioni internazionali che obbligano a passare attraverso Paesi terzi (come gli Emirati e l’Oman) facendo lievitare i prezzi dei prodotti finali.
Quali sono le conseguenze di queste riforme? Secondo i dirigenti iraniani e i funzionari del Fmi, gli iraniani sono diventati più attenti ai consumi dei derivati del petrolio e del gas, e in questo modo sarebbe aumentata la percentuale di energia disponibile per le esportazioni.
Queste, le dichiarazioni degli addetti ai lavori. In realtà, la gente si lamenta dell’aumento dei prezzi, mentre i mercanti iraniani e i politici della Repubblica islamica mettono in guardia dai costi – elevati – delle sanzioni internazionali e delle riforme del presidente Ahmadinejad.
A conti fatti, 40 dollari al mese non bastano a bilanciare l’aumento dei prezzi e la fine dei sussidi sull’energia e sui generi alimentari. In alcuni quartieri poveri della capitale, molti residenti hanno smesso di pagare le bollette. E alcuni deputati minacciano di ricorrere all’impeachment per punire il presidente per le mosse - azzardate - in economia.
Gli economisti, dentro e fuori dalla Repubblica islamica, offrono tre alternative per evitare un ulteriore indebitamento del governo: diminuire il numero di persone che hanno diritto ai 40 dollari al mese, consentire che i prezzi (dell’energia in primis) continuino a salire seguendo le regole di mercato, oppure prendere a prestito denaro dai fondi speciali come già fatto in passato. Per ora, quest’ultima alternative sembra l’unica in grado di far sfumare una pericolosa sollevazione popolare, questa volta per motivi economici. Ma non potrà durare a lungo.
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Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
- Martedì 9 Agosto 2011


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Commenti
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Il 9 Agosto 2011 alle 19:55 e.fumagalli ha scritto:
E’ poi riuscito a tassare il bazar? In fondo Ahmanedinejad rispetta le decisioni occidentali, togliere ai poveri, i ricchi non si toccano, perché lo critica, Principessa.
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