
Barack Obama (Credits: Ansa/Rick Friedman)

Il tono pacato usato da Barack Obama per salutare quelle che appaiono le ultime ore del regime libico è stato dettato dall’incertezza rispetto al destino personale di Muhammar Gheddafi e alla capacità di resistenza dei lealisti che combattono per le strade di Tripoli.
Prudenza alimentata anche dalle incognite che dovrebbe riservare il futuro della Libia. Gli Stati Uniti sono ben consci del fatto che l’eterogeneità che contraddistingue il campo dei rivoltosi può essere un elemento destabilizzante, in grado di minare il processo di transizione dei poteri.
Ma dietro l’atteggiamento ufficiale di cautela mostrato dal presidente nella dichiarazione fatta da Martha’s Vineyard, le fonti della Casa Bianca cantano vittoria: la strategia di Barack Obama è stata quella giusta.
Gira una battuta tra i funzionari dell’amministrazione: Ronald Reagan cercò di eliminare Muhammar Gheddafi, ma fallì. George W. Bush ha tentato di fare lo stesso con Osama Bin Laden, ma non ci è riuscito. Barack Obama, nel giro di pochi mesi, ha fatto fuori tutti e due.
E senza mandare sul terreno un solo soldato americano, ha detto lo stesso presidente.
Quelle che per mesi sono state definite delle strategie sbagliate dagli avversari politici, scelte che sono state nel mirino delle polemiche, ora vengono rivendicate con forza dalla Casa Bianca.
Una politica che si è sgranata in tre fasi: prima la decisione di costruire il consenso necessario per fare approvare la risoluzione sull’uso della forza da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu; poi la partecipazione attiva con gli aerei Usa nei primi giorni di guerra.
Infine, il passo indietro (o meglio, di lato, limitandosi all’appoggio logistico e di intelligence, oltre che dei droni) per lasciare spazio a Francia e Gran Bretagna sia dal punto di vista militare (anche se sembra che gli aerei Usa siano stati impegnati molto negli ultimi giorni), sia da quello politico; la scelta di condividere (e non guidare) la la cabina di regia dell’attacco a Gheddafi.
Barack Obama non voleva condurre gli Stati Uniti in una terza guerra “piena”(accanto a Iraq e Afghanistan), e quindi ha scelto di seguire una strada in cui l’approccio multilaterale (con gli Europei in prima fila) potesse essere molto più virtuoso di un’azione con il solo marchio “Made in Usa”.
Una scelta che ha attirato le critiche dei repubblicani. Alcuni dei quali l’hanno attaccato per essersi mostrato incerto e prudente sull’aiuto da dare agli insorti, mentre altri invece, al contrario, l’hanno criticato per aver deciso di impegnarsi in un conflitto che non era certo una priorità per la sicurezza e gli interessi americani.
Tutti e due gli schieramenti all’interno del GOP sono stati invece unanimi nel chiedere al presidente di recarsi a Capitol Hill per chiedere l’autorizzazione al Congresso per il conflitto libico. Cosa che Obama non ha mai fatto, limitandosi a scrivere una lettera a John Boehner per dire che non era necessario alcun atto formale del parlamento visto che gli Usa non erano (tecnicamente) in guerra.
Ora, di fronte all’apparente epilogo della vicenda libica, i repubblicani hanno poche armi da usare per criticare Barack Obama. Per metterlo in difficoltà di fronte all’opinione pubblica.
Se non una: la più importante. La vittoria in Libia non servirà a far rieleggere Barack Obama. Sarà l’economia a stabilire se il presidente potrà avere un secondo mandato dagli elettori. Se si pensa che l’effetto Osama è già sfumato da tempo, non è difficile pensare che il destino del Colonnello Gheddafi tra qualche mese sarà dimenticato dagli americani e diventerà influente per la loro scelta nelle urne.
Se Barack Obama vincerà la Guerra contro la Disoccupazione otterrà la rielezione. Per lui, il campo di battaglia è Washington, non Tripoli.
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori
- Martedì 23 Agosto 2011

LE NEWS, I CANDIDATI, IL CALENDARIO...
I PERSONAGGI DELLA SETTIMANA
TUTTE LE TIMELINE DI PANORAMA.IT
STORIE DAL MONDO
IL MONDO IN CLASSIFICA
LE NOTIZIE CHE NON VI ABBIAMO DATO
GLI EVENTI POLITICO-ECONOMICI DELLA SETTIMANA
SCOMMESSE SUL MONDO
LE OPINIONI DI SERGIO ROMANO
RIVOLUZIONE IN CORSO PER LA UE
FALLIMENTO O SALVATAGGIO
LA PRIMAVERA ARABA
INDIGNADOS DI TUTTO IL MONDO
GHEDDAFI, FINE DI UN DITTATORE













FOTOBLOG: IL MONDO IN DIRETTA
LE FOTO PIÙ BELLE DELLA SETTIMANA
I VOLTI DELLA SETTIMANA
Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Il 23 Agosto 2011 alle 17:41 anna.one ha scritto:
“Gira una battuta tra i funzionari dell’amministrazione: Ronald Reagan cercò di eliminare Muhammar Gheddafi, ma fallì. George W. Bush ha tentato di fare lo stesso con Osama Bin Laden, ma non ci è riuscito. Barack Obama, nel giro di pochi mesi, ha fatto fuori tutti e due”
A parte il fatto che tutto era stato messo in moto dall’amministrazione Bush 10 anni prima per far fuori UBL, si sono dimenticati uncle Saddam.
NATO con il “leading with the behind” di Obama ha impiegato quasi 6 mesi (e counting) per “far fuori Qaddafi” che mi risulta é ancora libero e puo’ ancora rifugiarsi in qualche nazione amica. Il presidente Bush overthrow il bloody dictator Saddam in un mese.
Recall what happened after that, before you rejoice, mr Obama & Co.
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.