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Qualcuno fermerà il regime siriano?

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  • Tags: Barack Obama, Bashar Assad, guerre di pace, repressione, rivolte islam, siria
  • 4 commenti

Il presidente siriano Bashar Assad

Il presidente siriano Bashar Assad

Gianandrea Gaiani
Le truppe di Bashar Assad ma non badano certo a spese nella repressione delle rivolte che da molte settimane infuocano almeno una dozzina di città siriane. Elicotteri, carri armati e persino le cannonate delle navi da guerra contro i ribelli della città costiera di Latakia. A differenza della Libia, dove contro Gheddafi sono schierate milizie armate, gli insorti siriani sono civili a tutti gli effetti, non dispongono di armi e di certo non godono di appoggi militari internazionali né tanto meno del supporto aereo della Nato.

Molti osservatori hanno evidenziato i “differenti pesi e misure” adottati dalla comunità internazionale di fronte alle crisi libica e siriana. Contro Gheddafi risoluzioni dell’Onu, aerei, navi missili e persino un’incriminazione della Corte Penale internazionale. Contro il feroce Bashar Assad appena qualche sanzione economica più utile a lavare qualche coscienza in Occidente che a colpire il regime di Damasco.

Ma un’opzione militare in Siria è possibile? In linea teorica si, nell’attuale situazione politica ed economica no. Anche se il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha chiarito che un intervento militare è impossibile in assenza di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e del via libera dei Paesi mediorientali, è evidente che un attacco contro le forze siriane potrebbe venir giustificato con la necessità di proteggere i civili, proprio come in Libia.

Oltre all’opposizione di Russia e Cina a un’azione militare va rilevato le forze siriane sono molto più forti di quelle libiche. Dispongono di almeno 300 mila militari oltre a decine di migliaia di poliziotti fedeli al regime, 450 cacciabombardieri, centinaia di batterie di missili antiaerei anche molto moderni forniti dalla Russia, migliaia di carri armati, blindati, artiglierie e soprattutto decine di missili balistici SS-21 e Scud D armati di testate chimiche e biologiche con un raggio d’azione compreso tra 150 e 750 chilometri. Armi in grado di colpire Israele, Cipro, l’Iraq, la Turchia e altri Paesi dell’area.
Contro le forze siriane occorrerebbe mobilitare una forza d’attacco simile a quella che attaccò l’Iraq: centinaia di velivoli, due o tre portaerei, molte navi lanciamissili da crociera oltre a una forza terrestre capace di affrontare le divisioni di Bashar Assad, ovviamente a scopo umanitario. Un apparato molto più ampio di quello messo in  campo contro Gheddafi che avrebbe bisogno di appoggi e infrastrutture nei Paesi vicini alla Siria incluse le due basi aeree britanniche a Cipro.

La posizione della Turchia, che ha già schierato due divisioni al confine siriano e accoglie profughi in fuga dalle repressioni, potrebbe favorire un’azione militare che vede però riluttante Israele preoccupato che al regime della famiglia Assad ne segua uno islamico ancora più ostile nei confronti dello Stato ebraico. Nella pratica la situazione economica e la debolezza politica di Barack Obama e dei principali paesi europei impediscono azioni su vasta scala come quelle messe in campo da George W. Bush all’indomani dell’11 settembre 2001.

Washington non è in grado di aprire altri fronti di guerra, mantiene un basso profilo sul fronte libico e ha una gran fretta di ritirarsi da Iraq e Afghanistan. Gli europei non sono certo in condizioni migliori con le perdite sofferte in Afghanistan sempre meno digeribili agli occhi dell’opinione pubblica, i tagli finanziari che colpiscono gli apparati militari e soprattutto dopo la patetica prestazione offerta in Libia dove dopo oltre sei mesi di guerra Gheddafi sembra resistere ancora alla Nato.
Per questo, grazie anche al sostegno dell’Iran e alla neutralità di Israele e nonostante qualche defezione Bashar Assad può dormire sonni tranquilli e continuare indisturbato la repressione della rivolta.

—

Gianandrea Gaiani, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa, collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio e Libero ed è opinionista del Giornale Radio RAI e Radio Capital. Ha scritto Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane

  • gianandrea gaiani
  • Giovedì 25 Agosto 2011

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Commenti

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Il 25 Agosto 2011 alle 21:37 e.fumagalli ha scritto:

“Esperto”, su Bahrein, Yemen e nella stessa Arabia Saudita, modelli di libertà e democrazia, che ne dici. In Iraq come vanno le cose, perché non se ne parla più ma le bombe continuano a scoppiare e in Libia per ora sono più gli ammazzati che i protetti e il nuovo pseudo governo è composto da tutti ex Gheddafi e, guarda caso , tutti pro USA dove democrazia significa arricchirsi. Con Gheddafi ce n’era uno, ora sono in tanti e poi vedremo come finirà, se non come in Afghanistan quasi.

Il 29 Agosto 2011 alle 0:41 pasalaam ha scritto:

Per l’amor del cielo. Siamo in una crisi infernale, impantanati in Afghanistan, incasinati in Libia e dovremmo andare pure in Siria?
Ma come fanno a germogliare certe idee?

Il 29 Agosto 2011 alle 20:13 e.fumagalli ha scritto:

pasalaam, se hai notato USA e Al Qaeda marciano uniti, dove arrivano gli USA arrivano pure i fondamentalisti. E’ facile capire il perché, niente più della guerra arricchisce chi produce per la guerra, ma in rovina chi vanno gli stati che fanno guerre arricchendosi i privati, le multinazionali del terrore. E’ nelle acque torbide che si pesca bene,e quelli intorpidiscono. Poi diritti umani e stragi di innocenti e chi se ne frega. Guarda quanti ne hanno protetti in Libia, se non li proteggevano sarebbero ancora vivi.

Il 30 Agosto 2011 alle 20:20 e.fumagalli ha scritto:

Parlarne prima, come sosteneva il russo, al limite finiva a cazzotti tra Gheddafi e i suoi compari di merende, visto che hanno solo cambiato bandiera ma sono gli stessi. Ora chi volevano proteggere sono 50 mila cadaveri. Mentra dove non c’è petrolio i non protetti sono un milione, è sempre Africa ma c’è Africa e Africa e i civili solo una scusa.

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