In una sala un po’ defilata dell’imponente Field Museum di Chicago, uno dei più scenografici al mondo tra quelli di storia naturale, è stata allestita una mostra particolare. Si trova a qualche decina di metri dall’enorme salone dove centinaia di ragazzini ogni giorno sciamano intorno al gigantesco scheletro di «Sue», un tirannosauro rex vissuto 67 milioni di anni fa che troneggia a grandezza naturale. La mostra in questione non ha però nulla a che vedere con i bestioni preistorici né viene consigliata a chi ha meno di 13 anni. Si intitola Ground Zero 360°: attraverso foto e testimonianze audio rievoca la tragedia dell’11 settembre di 10 anni fa.

A darti un primo pugno nello stomaco è soprattutto la ricostruzione di un muro che, nei dintorni di Ground Zero, fu tappezzato in quei giorni da centinaia di «missing» e appelli di familiari che disperatamente cercavano notizie dei loro parenti dispersi nel crollo delle Torri gemelle. Sono fogli A4, ciascuno dei quali colpisce perché scritto e pensato per imporsi su ogni altro e catturare così l’attenzione di chi si fermava a guardare. Riuscire a farsi largo in quella giungla di pietà e guadagnare un secondo in più di interesse in chi vagava con gli occhi, magari grazie a un carattere più grande o un colore più appariscente, poteva significare scacciare un incubo e aggrapparsi a una speranza.
Sarebbe stato sufficiente ricevere una telefonata e sentirsi dire: «Beh, sì, forse ho visto suo figlio su una barella…» per non arrendersi. Si sa invece che quel muro si rivelò purtroppo un immenso memorial artigianale, simile a quelli in marmo dove uno sotto l’altro sono scolpiti in ordine alfabetico i caduti di una battaglia.
Noi sappiamo che a Ground Zero non si combatté alcuna battaglia. Sappiamo che la civiltà, l’intera umanità, venne attaccata da un esercito che non voleva conquistare ma annientare. Sappiamo che la nostra vita è cambiata dopo l’11 settembre del 2001. E che, come ogni avvenimento che ci segna in maniera indelebile, ognuno di noi ricorda perfettamente dove era e che cosa faceva quel pomeriggio. Per questo mi sono girato un po’ interdetto quando mia figlia di 10 anni ha puntato il dito contro il muro e ha chiesto: «E quello cos’è, papà?».
Non era una domanda. Il tono della richiesta era quello, velato di normale curiosità, che ha una figlia di 10 anni. Una qualsiasi figlia di 10 anni. Per lei – e per tutti quelli nati intorno al 2001 – è naturale sottoporsi a controlli estenuanti ed essere perquisiti negli aeroporti, togliersi scarpe e cinture prima di passare al vaglio di una macchina ai raggi X. È normale non avere una bottiglia d’acqua prima di varcare i metal detector, non mettere forbicine in valigia, non usare coltelli per mangiare in volo, non avere mai sognato di chiedere alle hostess di entrare nella cabina del comandante per vedere come si pilota un aereo. I figli dell’11 settembre, semplicemente, non sanno che cos’è stata la normalità. Quando i nostri nonni ci raccontavano della guerra e ci dicevano che all’epoca mangiare era un lusso, d’altronde, noi li guardavamo smarriti mentre addentavamo la nostra merendina preferita. Nei confronti dei nostri figli, così come fecero i nostri nonni e i nostri padri, abbiamo il dovere della testimonianza e del ricordo. Una delle frasi più azzeccate dopo l’11 settembre è stata «Never forget»: non dimenticare mai.
Nei commenti di alcuni giornali statunitensi, in questo anniversario, non è difficile cogliere, se non la voglia di rimozione, certamente il desiderio di allontanare il macigno della memoria. Di liberarsene, di raccontarsi magari solo il seguito e la fine della storia. È quella parte consolatoria dove i cattivi muoiono e il bene vince. Serve piuttosto, eccome, puntellare il ricordo attraverso immagini e parole di quella giornata. Serve, eccome, riguardare la cronaca dei 102 minuti (tanti quanti ne trascorsero tra lo schianto del primo aereo contro la Torre Nord e il suo crollo) che hanno sconvolto l’America e il mondo nella rigorosa ricostruzione firmata History Channel e offerta da Panorama: in quel video la storia parla senza mai deragliare sui binari del commento o delle suggestioni perché l’unica voce è quella, drammaticamente reale, di chi quel giorno – nell’esatto momento in cui accadevano i fatti – era lì.
Soltanto dalla consapevolezza di quel che accadde l’11 settembre si può partire per azzardare un’analisi. Per cercare di capire lo smarrimento del presidente George W. Bush che, mentre si inseguivano le notizie degli attacchi a New York e a Washington, si rivolse al direttore della Cia con una battuta simile a qualcosa che suonava come: «Dammi un bersaglio da colpire, subito». Gli Stati Uniti, e la coalizione dei volenterosi, colpirono i santuari del terrore: in Afghanistan già dall’ottobre del 2001 e in Iraq due anni dopo. È ovvio che non esistono guerre belle o guerre brutte, anche se ci sono guerre più «necessarie» di altre. Ma è proprio qui l’errore: l’Occidente non ha mai dichiarato guerra dopo l’11 settembre. Le azioni militari seguite agli attacchi di 10 anni fa sono state un atto di difesa. Anzi, un necessario prezzo da pagare per la conservazione della libertà, della civiltà, della cultura.
Dare la caccia a Osama Bin Laden e ai suoi seguaci, andare in Afghanistan ed estirpare la mala pianta là dove aveva messo radici era ed è un imperativo non degli Stati Uniti ma dell’intera comunità internazionale. Il dramma è che molti hanno preso consapevolezza della minaccia globale solo dopo alcune «repliche» dell’11 settembre: dagli attentati ai treni di Madrid (marzo 2004) a quelli della metropolitana di Londra (luglio 2005) e fino alle stragi di Mumbai in India (novembre 2008), giusto per citare gli episodi più rilevanti.
L’azione militare e di intelligence condivisa dai governi occidentali è stata l’unica vera arma in grado di scardinare le brigate del terrore, le stesse che dall’Iraq terrorizzavano il mondo con i tagliagole e le loro bestiali esecuzioni documentate e diffuse in televisione e su internet. Nessuno ovviamente sostiene che non siano mancati gli errori, che non si sia agito alcune volte addirittura con imperdonabile superficialità. La storia di questi ultimi 10 anni porterà con sé anche le atrocità dei «danni collaterali» sui civili causati da bombardamenti, la vergogna di Abu Ghraib, le condizioni disumane di Guantanamo, gli spaventosi interrogatori da Santa Inquisizione con la tecnica del «waterboarding». Anche in questo caso l’elenco è certamente incompleto. Non c’è né potrà mai esserci giustificazione a tutto ciò, soprattutto se il discrimine tra Noi e loro risiede nel Diritto e nella capacità di escludere la vendetta come risposta a un’offesa quale che sia la portata. Ma la differenza tra Noi e loro, abissale, passa anche dall’imprimere al Diritto la forza e la capacità di interrogarsi sugli errori, di perseguire i responsabili se hanno agito volontariamente e senza alcuna giustificazione.
La storia si incaricherà di leggere in controluce quanto e come, nel settembre 2001, il comandante in capo degli Stati Uniti sia stato capace di gestire la situazione: se ha avuto gli strumenti per reagire in maniera diversa e se ha scartato altre opzioni meno cruente prima di seguire quella militare. Una cosa è certa: l’immobilismo o la semplice risposta diplomatica, dopo quel massacro, avrebbero macchiato d’infamia l’intera civiltà occidentale. Tentare una mediazione avrebbe significato disonorare i principi su cui si fondano tutte le democrazie. Non bisognava vendicarsi dopo l’11 settembre, occorreva difendersi con tutti i mezzi. Ed è stato fatto. La storia giudicherà il valore dei risultati definitivi, ma di certo possiamo già spiegare ai nostri figli perché, all’inizio del XXI secolo, nacque orgogliosamente quella Resistenza globale alla barbarie.
- Mercoledì 31 Agosto 2011


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Il 31 Agosto 2011 alle 20:58 Quell’11 settembre di dieci anni fa volevano toglierci la libertà, che loro non tollerano | Notizie Più ha scritto:
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