
(AP Photo/Richard Drew)
Fissato in quell’attimo, l’uomo sembra danzare. Lo slancio verticale, le mani e le braccia allineate lungo i fianchi, una gamba ripiegata, mentre l’altra tesa sembra aver appena compiuto un balzo, sembra aver eseguito il passo cadenzato di un esercizio ritmico. Un salto lieve, un piccolo oplà.

Solo che il capo è nella posizione sbagliata. La testa dell’uomo non si staglia verso l’alto. Ma è puntata verso il basso. Più che un ballerino, fissato in quell’attimo, l’uomo sembra un acrobata spericolato, o un’atleta impegnato in una gara di tuffi.
Il fatto è che nell’immagine non si vede l’acqua, ma delle alte, altissime pareti alle spalle dell’uomo che cade. La Torre Sud, alla sua sinistra. E quella Nord, alla sua destra. Un piccolo oplà, un salto lieve. E sotto il margine dell’immagine, s’intuisce il vuoto. Fissato in quell’attimo, come scriverà Tom Junod su Esquire un paio di anni dopo, quest’uomo - che non aveva scelto il suo destino - sembra abbracciarlo negli ultimi istanti della sua vita.
Ci sono fotografie che fanno la Storia dei nostri Tempi. The Falling Man è una di quelle. Richard Drew quella tersa mattina di settembre doveva andare a realizzare un servizio di routine per l’AP, l’agenzia per la quale lavorava da tempo. Si trattava di fotografare modelle che indossavano capi di una linea d’abbigliamento per donne in stato di gravidanza. Un lavoro facile, forse noioso, come altre volte era accaduto. Ma quelle foto non vennero mai realizzate.

The Falling man (Credits: LaPresse/Richard Drew)
Prima di iniziare, Richard ricevette dal suo ufficio la chiamata che gli avrebbe cambiato la vita perché chi era all’altro capo del telefono gli disse di andare a seguire l’avvenimento che avrebbe cambiato la vita ad altri milioni di persone: un aereo era caduto sulle Twin Towers.
Richard Drew prese l’attrezzatura, s’infilò in metropolitana e arrivò sotto le Torri Gemelle giusto in tempo per vedere che le sommità dei due grattacieli bruciavano già come torce nel cielo azzurro di New York. Si mise alla spalle di un improvvisato cordone umanitario, alla sinistra un poliziotto e alla destra un vigile del fuoco, ancora increduli e impreparati, ancora non coscienti di quello che stava avvenendo, e iniziò a scattare fotografie.
Li vedeva cadere piano. Prima uno, poi un altro. Lontani. In qualche caso, quando si scorgeva sulla parete bianca della torre un piccola macchia scura che precipitava verso il basso, il rumore e la confusione che c’erano ai piedi della Twin Towers si fermavano per lasciare spazio a un doloroso ammutolimento.
C’è chi è riuscito a stimare che quella mattina siano state almeno duecento le persone che si sono gettate dalle finestre della Torri Gemelle per sfuggire alla morte portata dalle fiamme e dal fumo e per andare incontro alla fine dopo un volo di decine di metri nella leggera brezza settembrina.
Come racconta Tom Junod vennero chiamati “The Jumpers“, i Saltatori. A volte se ne vedeva solo uno, lasciarsi cadere dal 106simo o dal 107esimo piano, sopra la zona di impatto dell’aereo con il grattacielo. A volte, le ombre che vedevi lasciare la parete bianca per abbracciare il vuoto erano più di una. Un salto multiplo, ma non coordinato. Che raddoppiava, o triplicava l’orrore in chi assisteva.
Richard Drew quando ha visto la sagoma di quell’uomo in cielo, ha scattato la foto. Lui che in quelle ore avrebbe dovuto ritrarre la vita attraverso le immagini di un giovane donna in attesa di un figlio, fu costretto a fissare nell’obiettivo della sua macchina la morte, diventata immagine simbolo, di una delle migliaia di vittime del giorno che avrebbe cambiato l’America.
Ventiquattro ore dopo, quella fotografia era pubblicata da diversi giornali nazionali e internazionali; qualche mese più tardi, avrebbe vinto prestigiosi premi; due anni dopo, la sua genesi sarebbe stata raccontata da un’importante rivista americana, e, infine, con il tempo sarebbe diventata fonte di ispirazione di romanzi e novelle, sarebbe stata indicata come una delle rappresentazioni artistiche più importanti per definire la disperazione di quell’11 settembre. E dell’inizio di Millennio. Ma, The Falling Man, l’Uomo che Cade, non avrebbe anche avuto un’identità certa.
Solo qualche anno, venne riconosciuto come Jonathan Briley, 43 anni, impiegato come ingegnere del suono al Windows on the World, uno dei ristoranti agli ultimi piani della Torre Nord. Di certo, c’è sempre stata l’ora della caduta. Le 9 e 41 minuti e 15 secondi, Eastern Time.
Dieci anni dopo, Richard Drew è andato a Ground Zero con un collega dell’AP per ricordare quella mattina. Lui, che ora ha 64 anni, dice di non essere molto contento di ritornare in quel luogo e di ricordare quello che ha visto. “Posso decidere di pensarci o no, ma comunque sia è sempre lì, nei meandri della mia mente” - racconta Drew. “Non sono un eroe, non ho salvato nessuno qui, non sono un vigile del fuoco che ha perso dei compagni, non sono una persona che ha perduto affetto in questo posto. Ma non riuscirò mai a scordare quella mattina. Mai!”.
In questa occasione della sua più famosa fotografia parla solo per dire che lui non l’avrebbe intitolata The Falling Man. “Per me rimane sempre : The Unknonw Soldier“. Il soldato sconosciuto, il milite ignoto dell’11 settembre.
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori
- Mercoledì 31 Agosto 2011

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