
George W. Bush scende dall'Air Force One (Credits: LaPresse/Jose Luis Magana)
In quei minuti, il suo era l’unico aereo a volare sugli Stati Uniti, da Boston a Los Angeles, da Chicago a Houston. Lui, almeno sperava fosse cosi. Seduto ai comandi, pregava che gli unici altri veivoli in aria fossero quel jet dell’Air Force che lo accompagnava alla sua destra, e le squadriglie da combattimento che (immaginava) si erano alzate dalle loro basi militari sparse per il paese e che ora pattugliavano (con rabbia e adrenalina) i cieli americani.
Mentre pilotava a tutta velocità, scrutava il cielo terso del Golfo del Messico(così simile, quella mattina, a quello che aveva visto sugli schermi televisivi dietro le Torri Gemelle mentre bruciavano), cercando di capire se quella solitudine aerea fosse un sicuro rifugio oppure una possibile trappola. E se i terroristi avessero catturato un altro aereo e lo avessero messo sulle tracce dell’Air Force One? Se avessero avuto intenzione di usarlo come un missile (aria-aria) contro l’aereo del presidente?
Il suo passeggero più illustre, il suo comandante (in capo) aveva dato l’ordine di abbattere qualsiasi aereo che non fosse atterrato dopo la chiusura dello spazio aereo degli Stati Uniti. Nelle ore seguente all’attacco di Al Qaeda, Mark Tillman sapeva quale fosse la sua missione, proteggere e portare in salvo il presidente, ma era incerto sui pericoli che avrebbe potuto incontrare perché tutto intorno, dietro quel cielo tranquillo, sembrava regnare il caos: l’America era stata attaccata, l’America era in guerra.
La missione numero 3,480 è stata sicuramente la più difficile per questo (allora) 43enne, colonnello con centinaia di ore di vole alle spalle, arrivato a ricoprire un incarico di grande prestigio e responsabilità: pilota dell’Air Force One. Era iniziata come una trasferta di routine (un volo in Florida per accompagnare il presidente a una iniziativa in una scuola prima di ritornare nel pomeriggio dell’11 a Washington) e si è trasformata nel viaggio più importante mai fatto da Tillman con George W. Bush.
Dopo anni di riserbo, una volta andato in pensione, il pilota ne ha parlato. E il suo racconto, incrociato con quello di Bush, sulle ore seguenti all’attacco, mostra l’emozione, la confusione, l’incredulità, perfino la frustrazione in cui vennero immersi gli uomini ai vertici degli Stati Uniti, ma evidenzia anche la loro capacità di reazione, la loro volontà di rispondere a quella dichiarazione di guerra.
Prima che tutto accadesse, Mark Tillman fece atterrare l’Air Force One all’aereoporto di Sarasota in Florida qualche ora prima del previsto rientro del presidente nella capitale. Era mattina, Quella Mattina. Mentre era in attesa di ripartire, il pilota vide sugli schermi di una televisione locale le immagini della Torre Nord colpita da un aereo. Il suo fu un commento tecnico: “Deve essere stato un errore umano, i cieli erano puliti, non puoi finire contro un grattacielo con quel cielo cosi”.
Questo fu anche il pensiero di George W. Bush, più o meno negli stessi istanti, quando il capo del suo staff Andrew Card gli disse che un aereo era finito contro la Twin Towers. Fu solo quando lo stesso Card si avvicinò per sussurrargli all’orecchio che un secondo aereopolano aveva colpito la seconda torre (immagine ormai storica) che il presidente comprese che si trattatava di un attacco. Come lo capì Tillman.
Da quel momento, il pilota pensò solo alla sua missione. Caricato Bush, Tillman fece decollare l’Air Force One e invece che dirigere a nord, lo virò verso ovest, verso il Golfo del Messico. “Ci sono piani per tutte le evenienze per tenere proteggere il presidente, compreso gli attacchi nucleari. Ma non c’era alcun piano per una situazione come quella. L’attacco era sul suolo americano e in più io avevo a bordo un passeggero che non ne voleva sapere di stare lontano da Washington in quel momento”.
George W. Bush avrebbe voluto tornare subito nella capitale, ma per motivi di sicurezza questo non era possibile. Il suo staff lo convinse a rimanere lontano. Nessuno sapeva che cosa avrebbe potuto accadere, cosa avevano preparato i terroristi e rientrare alla Casa Bianca, possibile altro obiettivo, nel mezzo di un attacco, era troppo rischioso.
A bordo dell’Air Force One era poi arrivata la notizia che il Volo 93 era caduto. Pensavano che fossero stati i terroristi ad abbatterlo. Non sapevano ancora che i passeggeri avevano impedito agli uomini di Al Qaeda di usarlo come un’arma. Le drammatiche novità aumentavano la preoccupazione.
Tillman propose di andare a rifugiarsi nella base militare di Shreveport, che ospita i B52. Era il luogo ideale. Bush sarebbe stato al sicuro e avrebbe potuto registrare un messaggio video alla nazione. Cosa che poi avvenne. Erano le 11.36. Quarantacinque minuti dopo, il pilota fece decollare ancora il Boeing 747, questa volta in direzione di Ohama, dove si trova il quartiere generale del Comando Strategico degli Usa.
Rimasero lì solo un’ora. George W. Bush dopo aver comunicato per la prima volta direttamente con la Casa Bianca diede l’ordine di fare rotta su Washington. “Voleva andare sul campo di battaglia -commenta Mark Tillman - Lo dico scherzando, ma immagino che quando hanno fatto quei piani sulla sicurezza del presidente in caso di attacco non abbiano tenuto conto che quel ruolo potesse essere ricoperto da un texano con tanta voglia di andare a prendere a calcio nel sedere chi ti ha offeso”.
Il ritorno nella capitale svela al pilota la portata dell’attacco terroristico. E’quando sorvola il Pentagono che si rende conto della ferita inferta. “Fino ad allora, ero molto concentrato sul mio lavoro di protezione del presidente.”
Lo porterà ancora in giro per gli Usa e per il mondo con l’Air Force One. Compreso l’ultimo viaggio, quello che lo accompagnerà nel suo ranch texano, alla fine del suo secondo mandato.
Quel giorno di settembre, dice Tillman ci ha lasciato un insegnamento. “Dobbiamo sempre prepararci al peggio”.
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori
- Giovedì 1 Settembre 2011

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