
Camila Vallejo in prima pagina sui giornali di mezzo mondo (Credits: gpoo by Flickr)
A detta di Fernando Gabeira – attivista, politico e scrittore inviato nei giorni scorsi del quotidiano Estado de Sao Paulo a Santiago ma comunque uno che di rivoluzioni se ne intende se è vero che nel 1969 partecipò al sequestro dell’allora ambasciatore Usa in Brasile - “il Cile sta attraversando uno dei sui momenti più conturbati dalla caduta di Allende“.
Ma che cosa sta accadendo nel paese andino che nel primo semestre di quest’anno ha visto crescere il suo Prodotto interno lordo di oltre l’8%, cose da boom cinese e non da scioperi generali – come quello dello scorsa settimana con un sedicenne ucciso da un Carabiniere - e da un blocco delle scuole pubbliche per una protesta di studenti e professori che dura oramai da oltre tre mesi?
Difficile rispondere se si guardano i numeri dell’economia. Secondo gli analisti verde-oro, che comparano Santiago a Brasilia, quanto sta accadendo in Cile - con un movimento che alcuni hanno ribattezzato degli indignados e che vorrebbero estendere all’intera America latina - è tipico delle economie più “mature”. In Cile, infatti, oltre il 90% degli studenti finisce le medie, mentre la percentuale precipita sotto il 50% in Brasile. Stessa cosa per le scuole superiori.
Statistiche alla mano a Santiago le finiscono uno studente su due e nel paese del samba solo uno su dieci arriva alla soglia dell’Università. Insomma, si chiedono i media di San Paolo e Rio de Janeiro, se gli studenti cileni protestano da tre mesi, perché i nostri non lo fanno da anni?
Forse per capirci qualcosa può venire in soccorso il test PISA, il programma per la valutazione internazionale degli studenti dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). In base ai risultati dell’ultimo anno, su 65 paesi analizzati, il Cile è il secondo al mondo con la disparità maggiore tra educazione privata e pubblica. La prima, ottima, è per i ricchi, la seconda, pessima, solo per i poveri.
Certo, la situazione in Brasile è assai peggiore ma nessuno dice nulla. E allora, magari anche per spiegare “come si fa”, ieri i leader del movimento studentesco cileno guidati da Camila Vallejo sono volati a Brasilia per incontrare i loro omologhi brasiliani anche se, dopo, sono stati ricevuti pure dalla presidente Dilma Rousseff.
Il Brasile, per alcuni, potrebbe mediare presso il presidente cileno Sebastián Piñera che incontrerà per la prima volta sabato 3 agosto i leader studenteschi che hanno letteralmente messo in ginocchio la sua immagine. Tre le richieste studentesche: fine della repressione delle forze dell’ordine, trasparenza assoluta nelle negoziazioni e nessun progetto di riforma in Parlamento senza prima la loro consultazione.
Resta sullo sfondo un’ultima domanda, l’ennesima di questa intricata vicenda. Se il governo cileno oggi non fosse di destra ma di centro-sinistra, come negli anni della “Concertación” vincente di Michelle Bachelet e, prima ancora, di Ricardo Lagos – anni durante i quali la situazione (test PISA compresi) era più o meno uguale ad oggi – Camila e gli altri avrebbero bloccato per tre mesi scuole e università?
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Paolo Manzo, giornalista free-lance, vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Parla 6 lingue, laurea alla Bocconi, master all’ICE e scrive, tra gli altri, per CartaCapital, Le Monde Magazine, The News, La Stampa e Il Secolo XIX. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri
- Venerdì 2 Settembre 2011


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Commenti
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Il 2 Settembre 2011 alle 17:11 anna.one ha scritto:
@ “Resta sullo sfondo un’ultima domanda [...]”
Certo che NO, é un po’ come il movimento contro la guerra (Code Pink, e la pazza Sheehan, esempio) che é completamente sparito negli USA dopo che “uno di loro” é stato eletto presidente degli USA.
E un’altro NO, con un governo di sinistroidi non avrebbero un GDP dell’8%.
:)
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