
L'attacco alle Torri Gemelle (Credits: LaPresse/Thomas Hinton)
L’elemento più straordinario della sua storia in quel mattino di settembre è il tempo: quello che ha trascorso inspiegabilmente dentro la Torre Nord mentre i piani alti bruciavano e centinaia di altre persone fuggivano e quello che è stata costretta a passare sotto le macerie dopo il crollo e prima di essere salvata.
Un’ora e mezza chiusa nell’ufficio, incapace di uscire prima di farlo, all’ultimo momento per poi rimanere incastrata per 27 ore sotto un’armatura di metallo e cemento che, pensava, sarebbe diventata la sua tomba.
Genelle Guzman McMillan era al posto sbagliato nel momento sbagliato e ha sbagliato tutte le mosse (non ha abbandonato la sua scrivania quando avrebbe dovuto); tutte, ma non l’ultima: ha resistito, nonostante le ferite, non si è lasciata andare ed è (letteralmente) reborn, rinata.
Quando i soccorritori l’hanno raggiunta alle 12.30 del 12 settembre, un giorno dopo il crollo delle Torri, hanno pensato a un miracolo. Che si trattasse di quello, lei ne è stata certa qualche tempo dopo, quando si è resa conto che quell’uomo che diceva di chiamarsi Paul e che le aveva tenuto la mano sotto le macerie non si era fatto mai più vivo per salutarla. Che non fosse mai esistito? Un angelo? Non a caso, Angel in the Rubble s’intitola il libro che Genelle ha appena pubblicato.
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Ma vi pare possibile che ci sia ancora qualcuno che sostiene che l’11 settembre fosse una macchinazione di oscure forze Usa per trarre vantaggi dalla situazione d’emergenza? Voi cosa ne pensate?
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L’ultima sopravvissuta, l’ultima persona a essere estratta viva dalla macerie, dieci anni dopo non si recherà a Ground Zero per ricordare quella mattina. Sarà nella sua parrocchia, ad assistere alla funzione religiosa, a cantare e a pregare. In questo decennio, ha preferito evitare le cerimonie di commemorazione. “Se erano in un giorno feriale, io andavo al lavoro”. Ora, con il decimo anniversario, i riflettori si riaccendono su questa donna originaria di Trinidad, e Genelle è costretta a ricordare la sua drammatica avventura.
Lo fa con il sorriso e con un tratto di ingenuità. Come quando continua a ripetere di non avere ancora capito perché avesse deciso di rimanere dentro il suo ufficio nonostante l’aereo avesse colpito la Torre per poi aggiungere che, forse, aveva paura che il suo capoufficio potesse farle delle storie se avesse abbandonato il posto di lavoro.
Lei era al 64° piano e mentre molti altri scappavano sul pianerottolo a fianco. Giselle rimase a guardare in televisione quello che stava accadendo qualche decina di metri sopra la sua testa. Ma aveva paura di uscire. “Se me ne vado, mi pagheranno lo stesso questo giorno di lavoro?” si chiedeva la donna che non si era resa conto di essere nel mezzo della Storia, spettatore e allo stesso tempo protagonista (allora, ancora inconsapevole) del Giorno che avrebbe Cambiato l’America.
Quando capì, quando si decise a fuggire, era troppo tardi. Le tonnellate di macerie le piombarono addosso. Dopo quel terremoto che lei, nonostante tutto, non n si aspettava che arrivasse, rimase nel silenzio e nel buio. Pregava di non perdere la vita, le gambe, le braccia. Il momento più brutto? E’ stato quando mi sono resa conto che ero sepolta viva, risponderà poi a chi glielo chiederà.
Per 27 ore rimase in quella tomba collettiva, in quella fossa comune che erano diventati i resti delle Twin Towers dopo il crollo. Poi arrivò Paul, l’Angelo. Poi arrivarono I Nostri, i Soccoritori. L’incubo di Genelle, impiegata all’ufficio dell’autorità Portuali di New York, era finito. Una storia che sembra una favola, se non ci fosse tutto quell’orrore intorno; una novella alla Frank Capra, con quella suggestione mitica della seconda chance, della nuova possibilità di ricostruirsi una vita dopo che si è stati in prossimità delle porte degli inferi.
Nelle sue interviste, Genelle Guzman McMillan racconta la sua percezione dell’America. “Dopo l’11 settembre, per un paio di anni, la gente sembrava cambiata. Ti fermava sui treni, o per strada e ti chiedeva come stavi. Ora, sono tutti tornati ai loro affari. Non c’è più quell’atmosfera”.
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Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori
- Mercoledì 7 Settembre 2011



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