
Un vecchio poster della Torri Gemelle (Credits: LaPresse/Kathy Willens)
L’orrore di quel giorno si incontra nelle immagini; nei video che fissano il momento dell’impatto dell’aereo, nelle strazianti fotografie dei corpi che si lasciano cadere dalle alte torri, negli scatti che documentano il crollo delle Twin Towers.
La narrazione, il racconto, la commozione di quella mattina di settembre le trovi nei file audio, nelle poche registrazioni, nei resoconti delle telefonate, delle ultime chiamate: nelle voci dell’11 settembre.
Le ultime ad essere conosciute sono quelle dei controllori di volo, dei responsabili dell’aviazione militare, dei piloti del’Air Force che si sono levati in volo, addirittura di due dirottatori, che quella mattina hanno dialogato tra di loro, parlato attraverso le radio di bordo. Voci che, messe in fila, una dietro l’altra, costruiscono il film di quel giorno. Sono state raccolte dalla Commissione d’inchiesta e ora vengono rese integralmente pubbliche dal New York Times.
Ore e ore di materiale audio con il quale si riesce ad avere un panorama a 360 gradi di quello che accadde quella mattina, tra New York, Washington e il Volo United 93. Brevi dialoghi, sintetici, dentro le quali c’è tutto lo stupore, l’orrore, l’impreparazione e il tentativo di capire cosa stesse accadendo da parte di coloro che, per professione, guardavano (o curavano, nel caso dei militari) i cieli americani.
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Ma vi pare possibile che ci sia ancora qualcuno che sostiene che l’11 settembre fosse una macchinazione di oscure forze Usa per trarre vantaggi dalla situazione d’emergenza? Voi cosa ne pensate?
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Ma c’è anche uno struggente epitaffio, un’indelebile traccia di vita, nelle conversazioni telefoniche già conosciute, nei saluti di pochi secondi, di uomini e donne che sapevano quale sarebbe stato il loro destino e che chiamarono i loro cari per lasciare un ultimo messaggio, dall’aereo in volo, come nel caso del Flight United 93, o dagli ultimi piani delle Torri in fiamme.
Tra le conversazioni pubblicate dal NYT, ce n’è una, registrata poco dopo le 9.00 (ora locale), 16 minuti dopo che il primo aereo colpisse le Torri, che è una fotografia sonora di quei attimi. E’ la conversazione tra due controllori di volo del centro radar di New York.
Il primo dice all’altro: “Puoi vedere un aereo a circa 4.000 piedi, a est dell’aeroporto, sembra che…”. E l’altra voce risponde: “Si, certo lo vedo…”. La prima persona torna a parlare: “Lo vedi, allora. Ma sta andando anche quello verso gli edifici…?”.
La seconda voce riprende il dialogo e descrive quello che osserva: “Sì… Sta scendendo molto velocemente, troppo, come se fosse in picchiata”. “Che aereo è ?” chiede ancora il primo interlocutore. “Non so…. Controllo….” è la risposta. Ma è troppo tardi. In sottofondo, si sentono le voci della sala di controllo. Urla, grida: “Un altro aereo ha colpito l’edificio, lo ha colpito con forza, un altro aereo ha colpito il World Trade…”.
Collezionate nel giro di un paio di anni, le voci raccontano in presa diretta come gli addetti al sistema aereo civile e militare degli Usa abbiano reagito a quell’inatteso e terribile attacco. Sempre poco dopo le 9.00 di quella mattina, uno dei responsabili del traffico aereo di New York chiama il quartier generale della Federal Aviation Administration per chiedere se c’è qualcuno che abbia avuto l’idea di mettersi in contatto con i militari per affrontare insieme la situazione. “Perché? Cosa succede?” è la risposta del funzionario della FAA che risponde. Un aereo aveva colpito la prima torre 20 minuti prima, il secondo qualche istante predente alla chiamata e un terzo era stato dirottato. Lui non lo sapeva ancora.
Ma anche i militari erano impreparati. I comandi dell’Air Force ebbero la notizia del dirottamento di uno degli aerei solo nove minuti prima che questo poi andasse a schiantarsi contro le Twin Towers, mentre capirono che altri tre velivoli erano stati catturati dai terroristi solo dopo che questi colpirono la seconda torre, il Pentagono e, infine, precipitarono a terra.
Secondo il New York Times, l’ordine di abbattere ogni aereo commerciale in volo non fu dato dalla Casa Bianca ma, più semplicemente, venne detto ai piloti militari di identificare gli aerei sospetti.
Tra i nastri ne spunta uno in cui si sente una voce dalla cabina di pilotaggio. Un uomo parla inglese con uno strano accento. “State tranquilli, abbiamo un piano. Non muovetevi e tutto andrà bene.” E’ Mohamed Atta, il capo del commando di terroristi che cerca di calmare i passeggeri dell’aereo di cui si è impossessato e che sta pilotando contro le torri.
Qualche minuto prima Betty Ong, una delle hostess del volo 11 dell’America Airlines, era riuscita a mettersi in contatto con gli impiegati dell’ufficio prenotazioni di Cary, in North Carolina: “La cabina di pilotaggio è chiusa, nessuno risponde. Qualcuno è stato accoltellato in business class… Penso ci abbiano dirottati”, dice la donna con tono fermo. Ventotto minuti dopo sarebbe morta
Un’altra voce, questa volta a bordo del Volo United 93. E’ sempre di uno dei terroristi, Ziad Jarrad. Annuncia che a bordo c’è una bomba. Cerca così di circuire i passeggeri. Ma non ci riuscirà. Perché si sarebbero ribellati e avrebbero compiuto quello che è considerato uno degli atti di eroismo di quella mattina
E’ proprio attraverso il sistema telefonico di bordo e i cellulari, che quegli uomini e quelle donne capiranno cosa è successo a New York e decideranno di intervenire per evitare che anche l’aeroplano su cui si trovavano venisse usato come un’arma. Trentasette telefonate. L’ultima, quella in cui Tom Burnett annuncia che stanno per entrare in azione contro i terroristi. Let’s roll. Una frase che sarà poi entrata nella storia del post 11 settembre, divenuta slogan per spiegare una condizione particolare: reagire anche di fronte alle sfide più gravose.
Quelle mattina di settembre, furono tante le voci nel cielo americano.
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Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori
- Venerdì 9 Settembre 2011



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Commenti
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Il 11 Settembre 2011 alle 13:38 indigesto ha scritto:
Difficile, ancor oggi, non unirsi al cordoglio; così come è difficile pensare agli USA come ad un Paese così sprovveduto a fronte di un attacco già ampiamente ipotizzato!
Il 11 Settembre 2011 alle 21:22 e.fumagalli ha scritto:
“Secondo Saʿd al-Faqīh, esperto saudita di al-Qāʿida, il nome deriverebbe dal sistema di documentazione in uso nella “guesthouse” della Bayt al-Ansār dal 1980.
Secondo un’affermazione rilasciata l’8 luglio 2005 al quotidiano britannico “The Guardian” dell’ex-ministro degli Esteri britannico Robin Cook (laburista)) - che si dimise per protesta contro l’aggressione all’Iraq di Tony Blair -, al-Qāʿida sarebbe la traduzione in arabo di “data-base”: «Per quanto ne so io, al-Qāʿida era originariamente il nome di un data-base del governo USA, con i nomi di migliaia di mujāhdin arruolati dalla CIA per combattere contro i Sovietici in Afghanistan».Altre fonti affermano che il nome deriva dal centro logistico situato a Peshāwar: in tale luogo venivano registrati i nomi dei volontari arabi che sarebbero stati successivamente mandati a combattere in Afghanistan contro le truppe russe. Il terrorista Jamāl al-Faḍl, in un’intervista alla CNS,] afferma che al-Qāʿida nacque circa nel 1989, all’incirca verso la fine della guerra in Afghanistan.
Un giornalista, Peter Bergen, conferma che (in origine) al-Qāʿida era il nome del centro di raccolta guerriglieri di Peshāwar, e successivamente, durante un incontro dei principali leader dell’attuale organizzazione, si decise di mantenere il nome originale.”
Peshāwar è una città Pakistana, ai confini con l’Afghanistan quindi alleati USA covo di Al Qaeda che non era in Afghanistan la centrale. Tutto quadra.
Il 17 Settembre 2011 alle 14:23 p.a.d ha scritto:
Continuerò a sforzarmi di credere che qualunque possibilità di “complotto” interno sia esclusa, fino a quando non avrò più il minimo ragionevole dubbio che possa convincermi dal non prenderla in considerazione.
Risultato difficile da mantenere e da ottenere quando si osservano con obiettività certe cose:
http://www.youtube.com/watch?v.....ideo_title
Si cerchi pure di non voler nemmeno lontanamente pensare che una ipotesi simile si sia concretizzata, ma non si può certo dire che tante, troppe cose, non tornino.
Se non fosse per il coinvolgimento “mondiale” (e non parlo di quello meramente “emotivo”), francamente non me ne fregherebbe nulla se l’America fosse stata vittima di un “suicidio” calcolato. Mi dispiacerebbe - e mi dispiace - per le vittime, quello sì. Ma non posso credere che tutti coloro celebrano da 10 anni un evento unilateralmente attribuito ad Al Qaeda non si sia mai posta domande riguardo certe imprescindibili incongruenze.
Il 19 Settembre 2011 alle 22:36 anna.one ha scritto:
Heh! Ci sono molti che credono al mostro di Lock Ness, a Big Foot e al swindle dell’anthropogenic global warming, sono nella stessa categoria dei loony “Truthers”, non cambieranno mai idea, nemmeno di fronte ai fatti…
http://www.youtube.com/watch?v.....re=related
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