L’incidente nucleare in Francia è stato accompagnato, con qualche ora di anticipo, dalla notizia dell’entrata in funzione, anche se solo al 35-40% della sua capacità, della centrale iraniana di Bushehr, sul Golfo Persico.
La centrale, il cui fine è esclusivamente civile e non può essere riconvertita a scopi militari, è già obsoleta: per costruirla ci sono voluti ben 36 anni. Ma andiamo con ordine. Sono stati gli americani a portare in Iran il programma nucleare a scopi civili. Erano gli anni Cinquanta e, in piena Guerra Fredda e quindi in concorrenza con l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti cercavano di accaparrarsi le simpatie dei Paesi non allineati.
La costruzione della centrale di Bushehr inizia a metà degli anni Settanta, ma in quella occasione lo scià di Persia decide di acquistare il reattore dai tedeschi. Nel 1979, con la Rivoluzione, il programma nucleare si ferma perché l’ayatollah Khomeini è contrario a questa come ad altre innovazioni della monarchia.
Nel 1980 le truppe irachene di Saddam Hussein invadono l’Iran e fino alla fine del conflitto (1989) non si riprende il discorso nucleare. Dopo la guerra, ci si rende conto che il nucleare potrebbe tornare utile alla Repubblica islamica e, tenuto conto dei cattivi rapporti con l’Occidente, gli ayatollah chiedono e ottengono la collaborazione dapprima sovietica e poi russa.
Una domanda è lecita: perché i russi ci mettono così tanto tempo a consegnare l’impianto di Bushehr alle autorità iraniane? Probabilmente il ritardo è motivato dalle pressioni di Washington, che teme una deriva militare del programma nucleare di Teheran, sulla diplomazia di Mosca. Ma non bisogna dimenticare che gli attori coinvolti nel progetto sono stati tanti e la tecnologia di Bushehr è in parte tedesca, in parte russa e forse in parte anche pachistana.
Un’altra riflessione va fatta sul perché le autorità iraniane insistono tanto sul programma nucleare, nonostante le pressioni e le sanzioni dell’Occidente. La risposta è duplice: è motivo di orgoglio nazionale e – al tempo stesso – una necessità per soddisfare il fabbisogno energetico della Repubblica islamica a cui servono ben 40 mila megawatt, ovvero 40 centrali come quella di Bushehr. Meglio il nucleare – sostengono le autorità di Teheran – che continuare a bruciare petrolio per creare elettricità. Detto questo, la rete elettrica della Repubblica islamica non è del tutto efficiente, e un buon 18% viene sprecato per problemi tecnici.
Infine, una riflessione sui rischi del programma nucleare iraniano. Ci sono quelli legati a una possibile deriva militare, anche se a metà agosto il presidente Ahmadinejad ha dichiarato che l’atomica è uno spreco di denaro e roba vecchia.
Ma esiste anche la possibilità di un rischio sismico. È un rischio reale? Dovremmo chiederlo ai russi, che hanno costruito l’impianto. Due affermazioni sono state fatte, in questi anni: la centrale nucleare di Bushehr è stata realizzata con criteri migliori rispetto a quella di Chernobyl e, diversamente da quella giapponese di Fukushima, non è a rischio tsunami (perché situata nel Golfo persico e non in mare aperto).
Ma in Iran il pericolo di terremoto è concreto: non dimentichiamo che nel 2003 la cittadella di Bam è stata distrutta da un sisma 6,6 della scala Richter. In caso di incidente, ad essere a rischio sarebbero soprattutto i Paesi vicini, e quindi Kuwait, Bahrein e Arabia Saudita, mentre la capitale iraniana Teheran è ben più lontana. Di tutto questo la società civile iraniana sta discutendo, e l’opposizione non perde questo pretesto per attaccare le autorità, come ha fatto recentemente l’intellettuale Youssefi Eshkevari.
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Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
- Martedì 13 Settembre 2011


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