
(Credits: LaPresse)
Negli anni ‘90 l’India vendeva una media di 150.000 macchine da scrivere al giorno. Poi sono arrivate le riforme economiche e, con loro, la rivoluzione industriale. E con l’incoronazione del Subcontinente a ufficio del mondo, le vecchie macchine sono state rottamate per essere sostituite dai più efficienti computer. Ma non in tutto il paese.
L’India è una nazione dai mille volti, e anche per quel che riguarda lo sviluppo. Nonostante il progresso abbia raggiunto numerosi angoli della nazione, ve ne sono altrettanti, se non di più, dove si vive esattamente come secoli fa. Senza alloggi confortevoli, senza bagni, senza elettricità, e senza alcun tipo di comodità del ventunesimo, ventesimo o diciannovesimo secolo.
In realtà come queste, è evidente che quando è necessario presentare dei documenti si può fare affidamento solo ai dattilografi di professione perché sono gli unici ad avere a disposizione una macchina da scrivere, per quanto vecchia possa essere. Ed è sempre a loro che si rivolgono i capi villaggio o i rappresentanti distrettuali quando vogliono pubblicare avvisi di varia natura.
Questo non significa che quella del dattilografo sia oggi una professione particolarmente redditizia. Molti di loro allestiscono i propri “uffici” -una scrivania recuperata chissà dove e una sedia spesso particolarmente malridotta, agli angoli delle strade, dove sono costretti a rimanere sempre vigili per evitare che qualche scimmia dispettosa porti via le bozze da ricopiare.
Non è un caso, quindi, che una delle ultime aziende che ha messo sul mercato macchine da scrivere sia l’indiana Godrej and Boyce –solo nel 2009 l’ultima linea di produzione è stata spostata, non senza qualche rimpianto, sui frigoriferi. O che nel 1986 sia stato un dattilografo di Mumbai a entrare nel Guinness dei primati scrivendo per 123 ore consecutive sulla sua macchina. O, ancora, che fino all’anno scorso le macchine da scrivere facessero parte del paniere di riferimento per il calcolo dell’inflazione. Ma fino a quando l’India rimarrà spaccata in due, nei villaggi poverissimi dell’entroterra i dattilografi continueranno a trovare lavoro, e la macchina da scrivere resterà per questa enorme fetta di popolazione ancora a lungo uno status symbol.
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Claudia Astarita è docente di Relazioni Internazionali dell’Asia Orientale presso l’Università di Bologna. Scrive approfondimenti sull’Asia per Panorama.it, Economy, Il Secolo XIX, East. Ha lavorato quattro anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L’Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama.
- Mercoledì 14 Settembre 2011


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