
(Credits: Ap Photo/Muzaffar Salman)
A fine settimana il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite potrebbe decidere per una nuova risoluzione che implichi delle sanzioni contro il regime di Bashar al Assad in Siria.
Gran Bretagna, Francia, Germania e Portogallo, con il sostegno degli Stati Uniti, hanno proposto all’Onu una bozza di accordo per formulare un nuovo embargo che colpisca il regime siriano, che ha già fatto in sei mesi più di 2.700 vittime, anche se al momento è impossibile determinare con certezza il numero dei morti. Il primo round di sanzioni adottate da Stati Uniti ed Europa ha già colpito l’export di petrolio a Damasco, causando dei problemi al regime che si è visto costretto a cercare nuovi “clienti”. Cosa non facile, visto il rallentamento dell’economia globale.
La nuova bozza di accordo per una stretta su al Assad è un lavoro di vera e propria “ingegneria diplomatica”, che mira a vincere le resistenze di Cina e Russia e a guadagnare il loro consenso in seno al Consiglio di Sicurezza. Ma ci sono anche altri Stati che si oppongono alle sanzioni, come l’India, il Sudafrica e il Brasile. I diplomatici a New York sono in fibrillazione e in molti parlano di una decisione già per la fine di questa settimana, quando si potrebbe tenere una sessione di voto. L’Onu intanto continua a chiedere “la fine immediata delle violenze” perpetrate dall’esercito del raìs.
Ufficialmente le Nazioni Unite “esprimono la loro determinazione, nel caso che la Siria non presti ascolto alle richieste, ad adottare misure ad hoc, incluse le sanzioni”. Insomma, se invece Bashar al Assad dovesse fermare la mano del boia, non ci sarebbe un nuovo intervento da parte della comunità internazionale. Ma per adesso il dittatore di Damasco non sembra intenzionato a tornare sui suoi passi.

(Credits: Ap Photo/Mohammed Abu Zaid)
In tutto il Paese sta continuando la violenta repressione del raìs, che non risparmia nemmeno i pù piccoli villaggi. Ieri è stato il turno della città di Rastan, dove le proteste sono andate avanti per circa due giorni e alla fine è intervenuto l’esercito sparando sulla folla. Ma, all’interno del Paese in molti temono anche un repentino “cambiamento” della situazione. Come la comunità dei cristiani, che finora sono stati “protetti” dal regime di al Assad e che con i sunniti al potere potrebbero subire delle ripercussioni.
Insomma, il rischio di una guerra civile interna che colpisca soprattutto le minoranze fa tremare anche coloro che credono nella libertà e nella democrazia, ma che temono il revanchismo della parte islamica fondamentalista del Paese, una volta archiviata la dittatura.
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Anna Mazzone è giornalista, vive a Roma ma sogna di trasferirsi a Istanbul. E’ direttore della rivista Formiche e collabora con il quotidiano Il Riformista, per il quale scrive di Giappone, Turchia e Caucaso.
- Mercoledì 28 Settembre 2011


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