Violenza che chiama violenza. In queste ore il Nord d’Israele – una parte del Paese dove per anni arabi ed ebrei hanno convissuto relativamente in pace – sta scivolando in una spirale di vendette che rischia di essere senza precedenti. Almeno se è vero, come sospetta la polizia israeliana, che il recente incendio di una moschea in Galilea sarebbe il frutto di una campagna di rappresaglie ordita dalla frangia più estremista dei coloni.
Durante la notte tra domenica e lunedì è stata data alle fiamme una delle tre moschee del villaggio beduino di Tuba-Zangariyye, non lontano dal lago Tiberiade. Non ci sono morti né feriti, ma la polizia non ha dubbi: l’incendio è doloso. Non solo: sul luogo sono state ritrovate scritte come “prezzo da pagare” e “Palmer” che fanno pensare a una vendetta trasversale per l’assassinio di Asher e Yonatan Palmer.
Asher Palmer, un cittadino israeliano residente nella colonia di Kiryat Arba, in Cisgiordania, era stato ucciso insieme al figlioletto di un anno Yonatan due settimane fa, mentre guidava la sua auto sull’autostrada 60: alcuni palestinesi hanno lanciato sassi contro l’autovettura, provocando un incidente mortale, che è stato classificato dalle autorità israeliane come attentato terrorista.
Adesso si teme che i più fanatici dei coloni intendano vendicare l’uccisione dei due. Gli abitanti del villaggio beduino hanno detto ai media israeliani di essere certi che l’incendio della moschea sia stato provocato da estremisti ebrei. La polizia non ha ancora confermato questa tesi, ma i vertici della politica israeliana, inclusi il presidente Shimon Peres, il primo ministro Benjamin Netanyahu e il capo dell’opposizione Tzipi Livni, hanno subito condannato l’azione, definita “una vergogna per la nazione”.
Dopo l’incendio della moschea, trecento abitanti del villaggio beduino hanno reagito lanciando pietre contro le autorità israeliane, bruciando pneumatici e marciando verso Rosh Pinà, una cittadina della Galilea a maggioranza ebraica. A dimostrazione del fatto che questa faccenda rischia di trasformarsi in una pericolosa spirale: a un atto di violenza segue una vendetta, a cui segue un’altra vendetta e così all’infinito.
Non è la prima volta che alcuni estremisti coloni prendono di mira una moschea. Lo scorso mese avevano dato alle fiamme un luogo di culto nel villaggio palestinese di Qusra, nei pressi di Nablus. A quanto pare l’incendio era una risposta violenta alla decisione da parte delle autorità israeliane di smantellare l’insediamento illegale di Migron, sempre in Cisgiordania.
Se davvero l’incendio della moschea di Tuba-Zangariyye è opera di estremisti coloni, c’è da chiedersi se sia stata l’azione di singoli o se invece esista un movimento organizzato determinato a vendicare ogni azione violenta da parte di palestinesi e/o arabi israeliani.
Due i precedenti preoccupanti: nel 1994 Baruch Goldstein ha assassinato 39 musulmani che pregavano alla moschea Ibrahimi di Hebron, mentre nel 2005 Eden Natan-Zada ha ucciso quattro arabi israeliani davanti a una fermata dell’autobus. Finora però nessuno è riuscito a dimostrare che dietro alle azioni di Goldstein e Natan-Zada ci siano dei gruppi organizzati
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Anna Momigliano è una redattrice di Studio, bimestrale di attualità culturale. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher, giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock ‘n roll
- Martedì 4 Ottobre 2011


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