“Quando ho saputo che re Abdallah aveva concesso il diritto di voto alle saudite ho pianto dalla gioia, è un sogno diventato realtà”, esulta la scrittrice Hanan al-Shaykh. Nata e cresciuta in Libano, ha studiato al Cairo ed è tornata a Beirut fino al 1975, quando la guerra civile l’ha costretta ad emigrare in Arabia Saudita. Ed è proprio in questo Paese ultraconservatore che era ambientato il suo primo romanzo Donne nel deserto, scritto nel 1989 e pubblicato in italiano dall’editore Jouvence nel 1994. “A quel tempo, le donne erano avvolte in un sacco nero come il carbone, non potevano lavorare e nemmeno prendere il taxi, oggi invece possono far sentire la loro voce“.
Nel 2011 Piemme ha pubblicato il suo ultimo romanzo Mio signore, mio carnefice. Sessantacinque anni, Hanan vive a Londra e abbiamo avuto modo di intervistarla per telefono.
Il diritto di voto, peraltro soltanto nelle elezioni municipali, diventerà effettivo solo tra quattro anni. Non pensa sia una mossa ipocrita, per mettere a tacere le proteste in corso?
Il sovrano deve prendere tempo per far accettare al clero questo cambiamento, di portata più ampia di quanto si possa immaginare. Un grande passo avanti, preceduto dall’accesso delle studentesse alla King Abdallah University che un tempo era solo maschile. E pensare che fino a non tanto tempo fa le ragazze non potevano nemmeno vedere in viso il loro professore, celato dietro una tenda.
Due giorni dopo la concessione del diritto di voto, un tribunale saudita ha condannato una donna alla fustigazione per aver osato sfidare il divieto di mettersi al volante. La donna è poi stata graziata, ma lei non pensa che le due notizie siano contraddittorie?
Durante l’estate a mettersi al volante sono state cinquanta donne e non sono frustate. Una sola è stata condannata. Non voglio dire che vada sacrificata, ma che ogni rivoluzione miete le sue vittime.
L’Arabia Saudita discrimina le donne perché dominato da un islam integralista che è anche fonte del diritto mentre in Libano e in Egitto i sistemi giuridici sono influenzati da quelli occidentali, eredità dell’epoca coloniale. Dopo il diritto di voto, in Arabia Saudita cadranno anche gli altri divieti, come quello di guidare e viaggiare? Quando potrà accadere?
Non so quando accadrà, ma se le donne entreranno a far parte del consiglio consultivo (Shura) avranno qualche possibilità, soprattutto dopo che le cinquanta donne al volante l’hanno fatta franca.
A otto mesi dalla rivoluzione, cui hanno partecipato attivamente, le egiziane temono che la situazione torni come prima, e i diritti guadagnati possano essere persi: potrebbe succedere?
No, le egiziane non accetteranno compromessi e continueranno a lottare. Dopo la caduta di Mubarak, gli integralisti hanno cercato di rimandarle a casa ma le attiviste restano in piazza Tahrir.
Se ce la facessero le egiziane, potrebbe innescarsi una primavera rosa anche negli altri Paesi, Arabia Saudita inclusa, con un’accelerazione del processo di emancipazione?
Il successo delle egiziane sta facendo da volano, nel senso che le rivoluzioni rosa sono partite dal Cairo e si stanno poco a poco diffondendo in Libia, in Marocco e persino in Arabia Saudita. Un tempo il mondo arabo era una palude, oggi è una pentola a pressione in cui, senza colpo ferire, le giovani pretendono nuove opportunità, non accettano discriminazioni e non si accontentano.
In questo processo l’Occidente potrebbe avere un ruolo?
Sì, attraverso una collaborazione focalizzata sull’istruzione, attraverso l’apertura di centri di ricerca e la collaborazione tra i diversi atenei.
—
Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
- Mercoledì 5 Ottobre 2011


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Il 5 Ottobre 2011 alle 23:53 L’Arabia Saudita di oggi vista con gli occhi di Hanan al-Shaykh – L’INTERVISTA | Notizie Più ha scritto:
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