“È un premio per me, ma soprattutto per tutte le donne dello Yemen”, ha dichiarato l’attivista yemenita Tawakkul Karman alla notizia del Nobel per la pace, che ha dedicato “a tutti gli attivisti della primavera araba”. Arrestata a gennaio, la giornalista trentaduenne è sposata, ha tre figli ed è presidente dell’associazione Donne senza catene. In cella era rimasta per poco, perché a quelle latitudini l’onore di intere famiglie, clan e tribù passa sul corpo delle donne. E in una società dove i legami tribali ancora hanno un peso non irrilevante, Karman non poteva restare a lungo in prigione.
Tornata in libertà, è stata minacciata da una banda armata di coltelli ma, consapevole che si trattava di un “momento storico”, ha continuato a prendere parte alle proteste non violente, facendosi notare per il suo foulard rosa a fiorellini, che non passa inosservato tra i tanti niqab (veli integrali) neri.
Questi ultimi mesi sono stati segnati da due eventi che hanno cambiato il corso della storia.
Il 18 marzo una cinquantina di dimostranti sono stati uccisi dai cecchini appostati sui palazzi governativi nei pressi dell’università di Sanaa e in segno di protesta hanno fatto defezione diversi funzionari governativi e generali dell’esercito come il potente Ali Mohsin al-Ahmar.
E il 3 giugno il palazzo del presidente Saleh è stato attaccato dalle batterie dell’opposizione e, al tempo stesso, è stato oggetto di un attentato. Ferito gravemente, il presidente è stato trasportato in un ospedale saudita da dove è rientrato lo scorso 24 settembre.
Ora, nonostante la mediazione del Consiglio di Cooperazione del Golfo, il presidente non sembra voler lasciare il testimone all’opposizione. E infatti ha dichiarato che se ne andrà soltanto se i suoi avversari non si presenteranno alle urne. Ipotesi ovviamente priva di senso.
Intanto le attiviste già pensano al dopo-Saleh rivendicando un ruolo nello riscrivere la Costituzione, perché in Yemen la violenza in famiglia non è reato, le donne restano minorenni a vita e a prendere le decisioni per conto loro è un guardiano che può decidere di darle in matrimonio quando sono ancora bambine.
Queste sono soltanto alcune delle sfide che lo Yemen dovrà affrontare. Senza tralasciare la difficile situazione economica (il reddito medio pro-capite è di soli 1.060$ l’anno, un terzo della popolazione soffre la fame cronica e il 41,8% vive con meno di 2 dollari al giorno) e il fatto che quella resta una società patriarcale e conservatrice dove solo il 31% delle bambine è iscritta alle elementari (alle medie la percentuale scende al 24), il tasso demografico è altissimo (le yemenite hanno in media 5,3 figli, nel 1990-95 erano 7,7), il tasso di mortalità per parto è il più alto della regione e in parlamento siedono soltanto tre deputate.
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Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
- Venerdì 7 Ottobre 2011


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Commenti
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Il 8 Ottobre 2011 alle 0:00 anna.one ha scritto:
@ E infatti ha dichiarato che se ne andrà soltanto se i suoi avversari non si presenteranno alle urne. Ipotesi ovviamente priva di senso.
No, fa molto senso perchè se trasferisce il potere e i suoi avversari rimangono, significa che, come continuo’ Saleh nell’intervista con il WAPO, “abbiamo concesso al colpo di stato”.
Saleh è stato specifico, con un riferimento al generale dissidente Ali Mohsen al-Ahmar, che ha disertato quest’anno al fianco di manifestanti anti-governativi, e il potente capo tribù Sheikh Sadiq al-Ahmar
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