
(Credits: AP Photo/Bullit Marquez)
La televisione di stato del Myanmar ha annunciato che il governo libererà domani 6.359 prigionieri, pur senza precisare se in questo corposo gruppo di amnistiati verranno inclusi anche i 2.000 detenuti politici attualmente rinchiusi nelle carceri del regime.
La Commissione nazionale per i diritti dell’Uomo, istituita lo scorso mese dal governo birmano, aveva richiesto dalle pagine di un quotidiano nazionale la liberazione dei “prigionieri di coscienza“, per convincere la comunità internazionale che il Myanmar è determinato, oggi, ad approvare importanti riforme e, perché no, indurla a revocare le sanzioni economiche e politiche con cui, dalla fine degli anni Novanta, contribuisce a frenare la crescita e lo sviluppo del Paese.
E’ stato il neo-Presidente ex generale Thein Sein in persona ad annunciare che tutti i detenuti anziani, disabili, malati o che avesseo mantenuto una “buona condotta morale” sarebbero stati liberati. Specificando altresì che i “progionieri di coscienza” a cui si riferisce l’Occidente non fanno capo a una diversa categoria di detenuti, visto che sono stati “regolarmente” processati e, nella maggior parte dei casi, condannati per “attentato alla stabilità e all’integrità della nazione“, quindi le condizioni dell’amnistia non sono diverse per loro.
Immediata la reazione del portavoce del Nobel birmano Aung San Suu Kyi, che si augura di veder uscire dalle 43 prigioni del paese e dai campi di lavoro forzato molti militanti del movimento democratico. Dal 2007 il numero dei carcerati è raddoppiato. Dietro le sbarre, oggi, ci sono soprattutto giornalisti, blogger e disegnatori ostili al regime, rappresentanti di minoranze etniche da decenni in lotta con il governo centrale per ottenere un po’ più di autonomia, i monaci buddisti che sono scesi in piazza nel 2007, i democratici del partito di Aung San Suu Kyi, e i militanti della “generazione ‘88“, quel movimento che nel 1988 ha cercato di rovesciare la giunta militare al potere dal 1958 con un golpe.
Con questa amnistia il Presidente Thein Sein vuole a tutti i costi migliorare l’immagine del paese e dimostrare al mondo intero che, per quanto lui stesso sia un ex generale, i militari non hanno più il pieno controllo del Myanmar. Ma solo quando verrà fatto circolare l’elenco dei nomi degli amnistiati sarà possibile capire fino a che punto ha deciso di spingersi il Presidente.
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Claudia Astarita è docente di Relazioni Internazionali dell’Asia Orientale presso l’Università di Bologna. Scrive approfondimenti sull’Asia per Panorama.it, Economy, Il Secolo XIX, East. Ha lavorato quattro anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L’Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama.
- Martedì 11 Ottobre 2011


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Commenti
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Il 15 Novembre 2011 alle 20:29 - Vivi Capena ha scritto:
[...] in tanti a pensare che la nuova leadership del Myanmar non abbia ancora chiarito che tipo di rapporti vuole avere con la Cina. Appena un paio [...]
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