“Israele non tratta con i terroristi” è un mantra ripetuto spesso dalle autorità di Gerusalemme. Eppure Israele ha trattato con Hamas – il partito milizia responsabile di molti attentati suicidi, considerato anche da Unione europea e Stati Uniti un’organizzazione terrorista – per la liberazione del giovane soldato Gilad Shalit. Che, se tutto procede per il verso giusto, presto potrebbe riabbracciare i suoi genitori dopo cinque anni di prigionia, in cambio della liberazione di circa mille palestinesi (alcuni esponenti politici, ma anche miliziani) attualmente detenuti nelle carceri israeliane.
Visto da fuori, e forse a ragione, può sembrare uno scambio molto sbilanciato, ma che non è affatto un caso isolato. Nel luglio del 2008 è avvenuta la liberazione di cinque miliziani libanesi, in cambio delle salme di due soldati israeliani, Ehud Goldwasser (detto Udi) ed Eldad Regev che erano stati rapiti e uccisi da Hezbollah. La negoziazione è stata particolarmente dolorosa, perché tra i libanesi liberati c’era anche Samir Kuntar, imprigionato per avere ucciso a mani nude un bambino israeliano di quattro anni nel 1979.
Nel gennaio del 2004 Israele ha liberato, in accordo con Hezbollah, 436 prigionieri e le salme di 56 soldati di Beirut in cambio di un ostaggio israeliano in vita, Elhanan Tannenbaum, e corpi di tre militari. Nel luglio del 1998 Israele ha scambiato le salme di 40 combattenti di Hezbollah per quella del sergente Itamar Ilya. Due anni prima aveva consegnato il corpo di 123 miliziani di Hezbollah in cambio di due corpi di soldati.
Dunque, la mera cronaca ci dimostra che nei fatti Israele ha spesso trattato con i terroristi per riportare a casa dei soldati rapiti, vivi o morti. Anche se questo significava rafforzare i suoi nemici e cedere ad accordi sbilanciati. Resta da chiedersi il perché. La spiegazione forse è più semplice di quanto non si potrebbe pensare. In un Paese dove le amministrazioni, il governo e i sindacati godono di una stima bassa, l’esercito non è visto come un’istituzione, ma come il cuore della società, senza distinzione tra destra e sinistra.
Tutti in Israele hanno qualcuno nell’esercito: un figlio, una figlia, un marito riservista, o tutte e tre le cose. Per tutti, dai soldati alle loro famiglie, è fondamentale sapere che il governo farebbe qualsiasi cosa per riportarli a casa, vivi o morti. Il governo non ha scelta: se abbandonasse i propri soldati, anche per una causa teoricamente giusta come non cedere ai ricatti, crollerebbe l’intero sistema.
La determinazione a non abbandonare mai i soldati, vivi o morti, è la forza del sistema-Israele e insieme una debolezza che i suoi nemici sanno sfruttare.
—
Anna Momigliano è una redattrice di Studio, bimestrale di attualità culturale. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher, giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock ‘n roll
- Mercoledì 12 Ottobre 2011

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